Kosovo, dopo gli scontri la Nato invia i rinforzi L’appello delll’Europa
BELGRADO Calma tesa, stallo, non una vera de-escalation com’era nelle attese, ma anche nessun nuovo incidente. Ma pure polemiche a livello internazionale, tra grandi potenze. E poi l’invio imminente di nuove truppe Nato, per tenere sotto controllo la pentola sempre in ebollizione.
Sono questi i contorni del “day-after” nel nord del Kosovo, l’area a maggioranza serba che è stata interessata lunedì da gravi incidenti tra dimostranti serbi e truppe della Nato in tenuta anti-sommossa, con un bilancio di un’ottantina di feriti, inclusi trenta militari dell’Alleanza, tra i quali undici alpini italiani. I serbi da venerdì scorso sono sulle barricate per protestare contro l’insediamento a nord di sindaci di etnia albanese, non riconosciuti dalla popolazione locale, e per il massiccio dispiegamento di polizia e forze speciali kosovare nelle aree abitate da serbi in Kosovo, agenti che alla fine della settimana scorsa hanno usato metodi anche brutali per respingere i manifestanti, in particolare a Zvecan, cittadina vicinissima a Mitrovica.
Lunedì è stata di nuovo Zvecan, un tempo vivace cittadina mineraria, l’epicentro del caos e degli incidenti tra truppe Nato e serbi, i primi così violenti dal 1999 a oggi. Ieri il quadro è fortunatamente cambiato, senza tuttavia che i problemi alla base della crisi fossero risolti. Dopo una notte tranquilla, infatti, centinaia di serbi si sono nuovamente schierati vicino ai municipi di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok, senza però organizzare proteste massicce come nei giorni scorsi, senza bandiere e slogan. Si trattava in particolare di impiegati pubblici comunali, che hanno chiesto di poter rientrare al lavoro dopo la risoluzione della crisi.
A gestire l’ordine pubblico, come lunedì, non sono state forze di polizia kosovara bensì reparti della Kfor, che si sono alternati ogni ora dandosi il cambio. La situazione più tesa è rimasta quella di Zvecan, dove i militari della Nato, per evitare problemi, hanno deciso di far arrivare anche filo spinato utilizzato per sbarrare alcune strade che portano al municipio della discordia.
Il quadro relativo ai serbi sembra aver soddisfatto l’appello dell’Ue, che per bocca dell’Alto rappresentante agli Esteri Josep Borrell ha ieri mattina chiesto che «i dimostranti violenti si calmino», ma contestualmente ha anche domandato il ritiro delle forze speciali della polizia di Pristina, richiesta questa ancora insoddisfatta malgrado le pressioni della comunità internazionale, di Bruxelles e Washington in particolare, particolarmente dura contro Pristina. «C’è stata fin troppa violenza, abbiamo già molta violenza oggi in Europa. Non possiamo permetterci un altro conflitto», ha scandito Borrell nell’ambito di una conferenza stampa. Intanto le voci circolate ieri mattina su un possibile dietrofront degli agenti kosovari entro le 15 sono rimaste castelli in aria. «Dimostreremo ogni giorno finché le nostre richieste non saranno soddisfatte», ha comunicato così l’ex sindaco di Zvecan, Srdjan Milosavlijevic.
Ma mentre la situazione sul terreno si è relativamente placata, quella sull’agone internazionale si è infuocata. Lo ha confermato la discesa in campo di potenze come Cina e Russia, a fianco di Belgrado. Pechino ha così affermato di stare dalla parte serba, con Belgrado che si starebbe muovendo solo «a tutela della sua sovranità e integrità territoriale contro le azioni unilaterali intraprese dalle istituzioni provvisorie di autogoverno a Pristina». Ancora più dura Mosca, che ha sostenuto che sarebbero stati i militari Nato, lunedì, a comportarsi in modo «non professionale» esercitando «violenza» sui manifestanti senza che ce ne fosse bisogno e scatenando così l’escalation. Posizioni, queste, simili a quelle del leader serbo Aleksandar Vučić, che ha chiesto al “quintetto” – Germania, Italia, Francia, Usa e Gran Bretagna – di «riportare alla ragione» il premier kosovaro Albin Kurti, che Belgrado considera il maggior responsabile della nuova crisi.
A Pristina, naturalmente, si legge il tutto in maniera opposta. E nel frattempo la Nato – che ha ieri annunciato l’arrivo di rinforzi in Kosovo, circa 700 uomini, per garantire la sicurezza ed evitare nuove destabilizzazioni - ha aggiornato nuovamente il bilancio degli scontri. Si parla ora di 30 militari feriti, tra cui undici alpini italiani e 19 soldati ungheresi, tre di essi feriti da colpi d’arma da fuoco, tutti non in pericolo di vita, ha specificato la Kfor in una nota in cui si condanna la «violenza non provocata» contro i militari. I militari italiani sono in via di miglioramento, dopo avere subìto ustioni e fratture negli scontri, ha da parte sua fatto sapere il ministero della Difesa italiano.