Umberto Saba e il succo di pomodoro condito da non condividere con Ungaretti e Montale
«Provi. Sentirà. La cosa più buona che ci sia. E nutriente, poi. Ascolti. Dunque succo di pomodoro, un sentore appena di pepe e di sale, e limone abbondante più o meno, secondo i gusti». È la “bibita di suo gusto” che Umberto Saba offre nel 1938 al letterato Giuseppe Mormino (autore di trascurabili saggi su Giovanni Pascoli, Giovanni Verga e Alfredo Panzini) in visita alla Libreria Antiquaria di via San Nicolò (“Uno stanzone proprio triste con retrobottega ancora più vasto e più buio”). «Chiamò il commesso (“Carletto” Cerne, ndr) che andasse al bar vicino. Quando vide entrare il garzone del bar in mantile bianco recando quell’acqua di giovinezza: “Ecco - fece, dopo aver vuotato nei due bicchieri le due bottigliette di tinta densa di un bel rosso pompeiano - Pepe? Pochino, vero? Sale, così così (ed eseguiva per me). E limone? Limone. Bene. Abbondante succo di limone. Alla salute, salute, salute”. Bevve, mentre io mi accostavo dubbioso il bicchiere alla bocca, bevve con un glu glu celere e certi curiosi gemiti di delizia, il capo rovesciato indietro, la mano libera che tracciava in aria poligonali entusiastiche e gli occhi in solluchero. Tirai giù anch’io, per prolungare quei suoi rari attimi di felicità. Egli diceva: “Mistura degli dèi. Ambra e nettare. Delizia».
Il poeta e il succo di pomodoro condito. Il giornalista Giuseppe Mormino racconta l’episodio della visita a Saba in un elzeviro pubblicato dal “Piccolo” il 9 novembre 1968. «Ho conosciuto Umberto Saba a Trieste nel suo negozio di libri. Libri di antiquariato in via San Nicolò, una bella via pulita e ariosa come sono tutte le vie triestini al centro della città: Correva un anno famoso, quello dell’inasprimento delle leggi razziste. Saba aveva un’aria malinconica e dimessa. Vestiva di scuro. Mi parve subito assai più vecchio della sua età. Non sorrideva, parlava pochissimo. L’oppressione di quella sua libreria, uno stanzone proprio triste con retrobottega ancora più vasto e più buio andava assai d’accordo con l’umore abbandonato del suo proprietario, ma lo immiseriva ancora più».
Dalla nebbia dei ricordi spunta anche un altro episodio. «Mentre parlavamo entrò un giovanotto alto e Saba ci presentò - scrive Mormino -. Era Quarantotti Gambini che andò via quasi subito. Saba si animò alquanto, mi parlò con fervore di Ungaretti e Montale. Capii che non gli rincresceva aggregarsi come terzo a quei due poeti, di essere felice di quella triade nella qualche si collocava (lo vedevo), così volentieri». Ma avrà veramente capito bene Mormino dopo aver ingurgitato senza fiatare l’elisir rosso di giovinezza? L’umiltà non era proprio una virtù del poeta triestino. “Tertium non datur”. E il “volentieri” di Mormino andava riletto in senso triestino. Vale a dire, volentieri un corno. «A quando mi ricordo - e immagino che molti altri che hanno conosciuto Saba un po’ a fondo avranno un’impressione analoga alla mia - scrive qualche giorno dopo Giorgio Voghera al Piccolo - il poeta triestino apprezzava, certo, sia Ungaretti sia Montale e, a parte qualche incomprensione, poi completamente superata e dimenticata, col secondo, ricordava spesso con sincera commozione le nobilissime prove di umana solidarietà che gli avevano dato con tanta generosità d’animo; ma, come poeta, egli si riteneva infinitamente superiore a loro». Voghera, che conosceva molto da vicino Saba, non ha dubbi sulla profonda autostima e scontrosa grazia della “massima gloria di Trieste”: «Forse si tratta di un “lapsus” della memoria dell’illustre collaboratore del “Piccolo” o forse egli non ha interpretato bene qualche parola del poeta triestino. Ma non escluderei nemmeno che Saba avesse sfoggiato, nonostante la sua abituale grandissimi sincerità, una modestia non autentica per ingraziarsi il Mormino, da cui si aspettava un grande aiuto».
La verità, succo di pomodoro condito a parte, resta una sola. «Senza il minimo atteggiamento di superbia, anzi, senza farsene per nulla un merito personale - sentenzia Voghera - Saba si diceva convinto di essere l’unico poeta veramente grande che l’Italia avesse avuto dopo Foscolo e il Leopardi». —