Il ricovero di Andrea, affetto da tetraparesi spastica e che comunica con gli occhi: «In ospedale è mancata umanità»
CIVIDALE. La necessità di un ricovero, di notte; la malaugurata coincidenza dell’impossibilità di avere accanto un familiare; il “buio” e la paura in ospedale, dove nessuno ha cercato il suo sguardo.
Infine, il ritorno a casa e con esso il desiderio di raccontare, non tanto per puntare l’indice contro qualcuno, quanto per invocare da parte di chi ha potere decisionale la creazione di validi protocolli a tutela dei disabili.
Andrea Negro, cividalese affetto fin dalla nascita da tetraparesi spastica grave – riesce a comunicare solo con gli occhi –, torna protagonista, ma stavolta non per le belle storie che la città aveva finora ascoltato su di lui, desideroso (nonostante le mille difficoltà che incontra nella quotidianità) di recarsi alle urne a compiere il proprio diritto/dovere o di esprimersi con l’arte, impartendo con gli occhi alla sorella Barbara i consigli su come stendere il colore sulla tela.
Ora no, si parla di sanità e purtroppo di carenze, nell’approccio umano prima ancora che nelle dotazioni di strumenti. Nessuno, ricostruisce Andrea in una lettera scritta dalla sorella, lo ha fissato negli occhi, mentre sdraiato sul letto si sentiva soffocare, perché in quella posizione non riesce a respirare bene.
«Nessuno – si legge nel testo – sa che comunico con gli occhi, che capisco tutto, imprigionato in un corpo che non posso controllare come vorrei. Nessuno mi ha detto “tranquillo, andrà tutto bene”.
Non hanno registrato alcuna soglia del dolore. Eppure sarebbe bastato chiedere: se avessero ritirato il mio fascicolo avrebbero saputo come comunico.
Ci sono turni estenuanti negli ospedali, lo so: ma anch’io esisto e nonostante tutto amo la vita. Com’è possibile che i miei polsi deformati non abbiano fatto capire che lì un ago cannula non si può mettere, che fa male, che la flebo non scende?».
Poi, finalmente, è arrivata Barbara per riportarlo a casa. Ha chiesto un cuscino per sistemare meglio Andrea. «No, signora, non abbiamo cuscini in più», la risposta.
Ha chiesto un sollevatore per spostarlo dal letto alla carrozzina: «Non abbiamo sollevatori, non è un nostro compito trovarglielo, mi è stato detto», testimonia la sorella di Andrea, che ha però insistito fino a ottenerlo.
«Sicuramente – concludono i fratelli Negro – gli operatori sanitari fanno turni estenuanti, mancano materiali, manca il tempo, mancano tante cose. Ma dov’è l’umanità, dove sono i protocolli per la cura dei disabili, l’inclusione di cui tanto si parla?»