Trieste, ucciso a 17 anni: il Pm chiede l’ergastolo
TRIESTE. Ergastolo senza isolamento diurno. È la condanna chiesta ieri dal pm Lucia Baldovin per Ali Kashim, il 22enne accusato dell’omicidio del 17enne triestino Robert Trajkovic strangolato con un laccio nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 2022 nel sottoscala di una palazzina in via Rittmeyer 13. Il pm ha escluso la premeditazione, ma ha ribadito che c’era la piena intenzione di uccidere e ha riconosciuto l’aggravante dei futili motivi. Il movente? Riconducibile alla gelosia per l’ex fidanzata che da pochi giorni aveva cominciato a frequentare Robert. Ali è accusato anche di occultamento di cadavere.
La richiesta di condanna
Poco dopo la richiesta di condanna Kashim è stato colto da un malore ed è intervenuto un medico. Più tardi si è ripreso ed è stato in grado di tornare in aula e di assistere al resto dell’udienza davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Enzo Truncellito, udienza in cui gli avvocati delle parti civili hanno quantificato in oltre un milione di euro complessivi i risarcimenti ai familiari della vittima. Tornando alla requisitoria del pm, la presenza del dolo intenzionale si lega anzitutto allo strumento – il cordino di nylon – utilizzato per strangolare Robert: «Oggetto che di solito le persone non portano con se. Un conto è afferrare qualcuno al collo con le mani, un altro è stringere un cordino e tirare, azione finalizzata a cagionare la morte». Baldovin ha ricordato che tracce del Dna di Ali sono state trovate sul cordino e che l’imputato, a proposito della presenza del laccio di nylon sul luogo del delitto, si era contraddetto nelle sue dichiarazioni. «Ero in panico totale – era stata la ricostruzione di Kashim –, cercai di sollevare Robert e lo portai verso il sottoscala, l’ho lasciato lì sperando che si riprendesse, non so nulla del cordino, non avrei mai pensato di ucciderlo». Ma secondo il pm non poteva non sapere di averlo ucciso: quando è stato trovato il corpo «Robert aveva ancora il cordino stretto al collo».
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L’aggravante
Poi, la questione dell’aggravante. Il pm ha sostenuto come, anche secondo la giurisprudenza, gelosia e possessività integrino il motivo futile. «Ali è stato ambivalente – ha aggiunto il magistrato –, ha agito per una relazione che lui stesso voleva troncare e siamo di fronte a un rapporto sentimentale tra ragazzi, meno stabile di un legame adulto. Robert era entrato da pochi giorni nella vita della ragazza, non stavano insieme, di fronte a questo interesse la reazione di Ali è stata del tutto sproporzionata. Inoltre non si può non tenere conto anche del fatto che Robert era suo amico».
La parte civile
Durissime le parole dei legali di parte civile, Gabriella Frezza e Ivana Busatto. «Quello di Kashim è stato un atto spregevole – ha affermato l’avvocato Frezza –, connotato da totale assenza di empatia. Ha dimostrato di essere pericoloso e totale assenza di etica. Robert era un ragazzino ingenuo di 17 anni che si è trovato in un gioco più grande di lui». Frezza ha poi ripercorso i momenti terribili dello strangolamento: «Un minuto e mezzo in cui Robert sapeva di morire. Ha sofferto orribilmente».
Il contesto psicologico
Nelle loro arringhe gli avvocati Antonio Cattarini e Mariapia Maier hanno scandagliato il contesto psicologico ed emotivo in cui è maturata la tragedia a cominciare dal fatto che, secondo i difensori, il rapporto affettivo tra l’imputato e la ragazza contesa aveva in realtà ancora i connotati della stabilità. «Ali aveva dormito con lei – ha ricordato Cattarini –, erano stati insieme gli ultimi tre giorni fino al momento in cui gli ha detto: “Devi andartene perché arriva Robert”. Solo così, improvvisamente, ha scoperto che non avrebbero passato quella notte insieme». Poi l’aggravante gelosia: «C’è una parte della giurisprudenza che dice che non va considerata futile motivo – ha ricordato Cattarini –. Lei era diventata una fede, una religione per lui. Si è parlato di uno stimolo di possessività: “Io solo so amarla”. Ma nella mente di Ali era il contrario: “Solo lei sa amare me, pur con i miei problemi”». Quanto al cordino, «non ha alcun ricordo di averlo usato, già soffre di attacchi d’ansia, forse c’è stato un procedimento di rimozione. Era in preda al panico più totale». Infine l’occultamento di cadavere: «Non era sicuro che fosse morto».
Il rapporto con la ragazza
«Credeva in modo smodato nel rapporto con quella ragazza – ha rimarcato Maier – e dobbiamo guardare anche al vissuto di Ali, ai maltrattamenti subiti in famiglia. Era arrivato al punto di tentare il suicidio. Non è solo gelosia. Stava perdendo la persona che in quel momento, per lui, rappresentava tutto».