Deportato dai nazisti nel 1943 nel campo di concentramento, friulano chiede di essere risarcito
SAN DANIELE. All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 era stato catturato dai tedeschi e deportato nel lager di Krefeld, nella regione tedesca della Ruhr. Rimarrà nel campo di prigionia per quasi seicento giorni, costretto ai lavori forzati e a condizioni di vita estreme, prima di rientrare in Italia.
Oggi, a cent’anni, ha deciso di richiedere un indennizzo alla Repubblica federale di Germania, per i danni patrimoniali e morali subiti durante la detenzione.
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A formulare l’istanza, attraverso gli avvocati Marco Seppi di Venezia e Matteo Miatto di Treviso, è un sandanielese del 1922, che si è trasferito in Argentina nel secondo dopoguerra. Il centenario, assieme ai propri familiari, ha deciso di sfruttare l’occasione concessa dal governo italiano, che ha istituito il “Fondo per il ristoro dei danni subiti dalle vittime di crimini di guerra contro l’umanità per la lesione di diritti inviolabili della persona, compiuti sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich, nel periodo tra il 1° settembre 1943 e l’8 maggio 1945”, a copertura del quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per il 2023.
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La decisione di presentare la richiesta di risarcimento è maturata dopo aver letto sul nostro quotidiano dell’analoga causa intentata dai familiari di Marco Gon di Privano. Arruolato nel 15° Reggimento Artiglieria di stanza a Conegliano, il sandanielese venne catturato nel settembre 1943, durante uno dei rastrellamenti tedeschi che miravano a neutralizzare il Regio Esercito ormai allo sbaraglio. I soldati della Wehrmacht caricarono l’uomo e gli altri catturati su un carro bestiame con porte sbarrate e filo spinato alle feritoie: meta del viaggio del convoglio ferroviario lo Stammlager VI-C di Krefeld.
L’uomo era stato inviato ai lavori forzati in un’azienda che produceva armamenti, che si trovava a decine di chilometri dal campo di concentramento: ogni giorno, per raggiungere lo stabilimento, gli internati erano costretti a marciare all’alba e al tramonto, per ore, prima di sottoporsi ai turni massacranti nella fabbrica.
I prigionieri mangiavano cinquanta grammi di pane al giorno e una brodaglia di rape e patate, dormivano in baracche priva di riscaldamento, ove convivevano dalle sessanta alle ottanta persone stipate in giacigli di paglia infestati da pidocchi, più simili a loculi che a letti a castello veri e propri.
Il campo fu liberato dai soldati americani il 18 aprile 1945, ma il friulano – ridotto in condizioni di grave malnutrizione – fece ritorno a casa soltanto a fine settembre, a 742 giorni dalla deportazione e dopo 587 giorni di prigionia. Gli avvocati Marco Seppi e Matteo Miatto hanno richiesto un risarcimento patrimoniale di 20.368,90 euro (34,7 euro per 587 giorni di lavoro) e un indennizzo di 174.978,44 euro per le sofferenze che lo hanno accompagnato per tutta la vita.
Il Milleproroghe ha prorogato il termine per chiedere il risarcimento dei danni: c’è tempo fino al 28 giugno.