Uccisa a coltellate nel suo appartamento: in casa di Lauretta il dna di un altro uomo
UDINE. Ci sono le tracce compatibili con le suole delle scarpe da ginnastica trovate dentro la lavatrice di Vincenzo Paglialonga, insieme agli indumenti indossati quella sera. Ma ci sono anche altre impronte che l’attività d’indagine non ha chiarito a chi attribuire.
Ci sono i due televisori e gli altri oggetti appartenuti a Lauretta Toffoli e rinvenuti a casa del vicino e presunto omicida, ma c’è anche il mistero del mobile sul quale la più grande delle tv era appoggiata, sparito così come il cellulare della vittima. «Per alzare il 50 pollici ci volevano due persone – ha detto il figlio Manuel Mason –, ma il mobile aveva le rotelle».
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Sono diversi i segnali della possibile presenza, sulla scena del delitto, commesso nell’appartamento in cui la 74enne colpita a morte da 36 coltellate abitava, in via della Valle 4, la notte tra il 6 e il 7 maggio 2022, di una terza persona. Uno sconosciuto di cui è stato rilevato il dna.
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Eppure, di questo particolare, nell’ennesima maratona in aula di giovedì 25 maggio, nessun teste ha fatto cenno. Nemmeno l’agente della Polizia scientifica di Padova che, foto alla mano, ha illustrato alla Corte d’assise presieduta dal giudice Paolo Alessio Vernì l’esito dei quattro sopralluoghi effettuati nelle abitazioni della vittima e dell’imputato.
È stato Edi Sanson, consulente della difesa, rappresentata dagli avvocati Piergiorgio Bertoli e Carlotta Rojatti, a rilevarlo a margine dell’udienza. «Queste – ha detto – sono lacune che possono nascondere qualche verità».
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Due, agli atti, le rilevazioni che potrebbero condizionare il corso degli eventi. Il dna di un uomo, evidentemente diverso dal 41enne di San Severo di Foggia accusato dell’omicidio, è stato isolato sulla cintura Dolce&Gabbana trovata vicino alla lavatrice (al cui interno, peraltro, c’erano i pantaloni di una tuta).
Un profilo di dna è stato rinvenuto pure sulla stuoia adoperata per trasferire il corpo di Lauretta dalla cucina, dove la mattanza iniziata sulla porta d’ingresso era proseguita, alla camera del figlio. Tragitto che l’omicida aveva poi pulito. «Concordo con la ricostruzione della dinamica – ha commentato Sanson –, ma mi aspettavo qualcosa di più esaustivo e capillare rispetto ai sopralluoghi. E resto a dir poco perplesso di fronte alla mancata rilevazione delle impronte digitali nei due appartamenti».
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Non meno significativi alcuni degli elementi emersi dalle testimonianze più attese di giovedì 25 maggio. Il figlio della vittima, che fu il primo a trovare il corpo della madre, ha ricordato la paura che Lauretta aveva di Paglialonga e l’insistenza di quest’ultimo nel chiederle denaro.
«Da quando non abitavo più con lei, si presentava di notte e lei lo faceva entrare per sfinimento, visto che si attaccava al suo campanello – ha detto Mason –. Una volta le rubò alcuni soprammobili d’argento e, un’altra, le appoggiò una pistola sul tavolo e le mostrò il portafoglio pieno di 10 mila euro. Voleva restituirle le somme che gli aveva prestato. Ma lei li rifiutò: “Torna quando non saranno sporchi”, gli disse».
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Patrizia Potenza Terlizzi, madre di Paglialonga, ha invece ricordato come l’appartamento del figlio fosse frequentato spesso da stranieri.
Quando, il 7 maggio, apprese dell’omicidio di una sua vicina, si trovava a Milano. «Mi sono sentita male – ha detto – e ho chiesto all’ex fidanzatina di mio nipote di andare a informarsi. Non poteva, ma mi disse che la sera prima, verso le 22.30, rincasando aveva visto due uomini e una donna sul balcone di Vincenzo». Oggi si continua con i consulenti del pm.—