Bancarotta Fingestim, condanne confermate agli ex amministratori: tra gli imputati l’ex presidente di Net
UDINE. Il naufragio finanziario che fece calare il sipario su Fingestim srl, società specializzata in leasing immobiliare fallita nel 2010, continua impensierire gli amministratori che, all’epoca, la guidarono.
La Corte d’appello di Trieste ha infatti confermato la sentenza con cui il tribunale collegiale di Udine, nell’ottobre del 2021, li aveva riconosciuti colpevoli di bancarotta fraudolenta, infliggendo 4 anni e 4 mesi di reclusione a Franco Pirelli Marti, 69enne, di Feletto Umberto, 4 anni e 6 mesi a Loris Marzona, 59enne di Tricesimo, e 4 anni a Mario Raggi, 61enne, di Udine, già presidente della Net, società che in città e provincia gestisce la raccolta dei rifiuti e da cui, dopo il giudizio di primo grado, si dimise.
[[ge:gnn:messaggeroveneto:5311231]]
Confermato anche il risarcimento dei danni al fallimento, costituitosi parte civile con l’avvocato Maurizio Conti. Erano stati i rispettivi difensori a impugnare il verdetto e rinnovare le argomentazioni volte a sgretolare o, quantomeno, ridimensionare la portata delle contestazioni.
Riproposta dal sostituto procuratore generale Luigi Leghissa, la tesi formulata dal pm Barbara Loffredo ha invece prevalso anche davanti al presidente Andrea Odoardo Comez. Che, al netto delle ipotesi venute meno a Udine, dove l’unico assolto era stato Luciano Di Bernardo, 76 anni, di Tavagnacco, ha quindi ritenuto accertata la responsabilità degli imputati rispetto all’operazione di acquisto per 1,6 milioni di euro della spa Fingestim, che i soci della neocostituita Fingestim finanziaria avevano condotto nel 2005 «in favore di se stessi», in quanto soci pure della società di cui avevano venduto il pacchetto azionario.
Un conflitto d’interessi, insomma, realizzato peraltro a un valore pari al doppio rispetto al patrimonio netto contabile. Tre i motivi d’appello sostenuti dall’avvocato Luca Ponti, che (dopo avere fatto assolvere Di Bernardo) assisteva Raggi, all’epoca vicepresidente di Fingestim. Il legale ha innanzitutto osservato come l’ipotesi della violazione della norma del codice civile che, per arginare il rischio di un conflitto d’interessi, prevede una procedura che i soci non seguirono, «sia priva di rilevanza penale e rientri nella sfera civilistica».
Quanto all’asserita incongruenza del prezzo d’acquisto, la difesa ha proposto una diversa valutazione del bene, legata a criteri di mercato, rispetto a quella privilegiata dal perito. Non meno argomentata la tesi della bancarotta riparata, visto che gli imputati, incassata la somma, procedettero con un aumento di capitale.
Gli avvocati Luigi Francesco Rossi, per Pirelli Marti, allora presidente della finanziaria, e Marinella Soraia Drago, per Marzona, già presidente di Fingestim, hanno respinto l’ulteriore accusa della bancarotta per distrazione, legata al pagamento di consulenze a Fingepa. «Agirono con l’avallo del collegio sindacale e a fronte di prestazioni realmente effettuate», hanno sostenuto, ricordando come Fingestim chiedesse di continuo valutazioni economico finanziarie su nuove attività.
Il solo Manzona si è difeso anche dall’ipotesi di avere dissipato crediti della fallita. «Il finanziamento soci è un credito fittizio – ha osservato il suo legale –, che materialmente non posso escutere e se vi rinuncio diventa neutro».
In attesa della motivazione, Raggi ha affermato di «credere ancora, nonostante tutto, nella giustizia e di essere fiducioso si giunga a un giusto chiarimento. Il mio avvocato – ha aggiunto – aveva egregiamente dettagliato che non si trattava di bancarotta distrattiva, visto che non ci fu distrazione di denaro».
Il procedimento proseguirà per tutti in Cassazione. —