Voto qualificato Ue: Croazia e Ungheria guidano i contrari, Lubiana si sfila
BELGRADO Un folto gruppo di nazioni Ue, tra cui capitali influenti come Berlino, Parigi e Roma, lavorano da settimane per spingere su una riforma importantissima, che potrebbe cambiare i destini dell’Europa, in futuro.
Ma come spesso accade, pesci relativamente più piccoli si mettono di traverso, rischiando di far saltare il banco, inquietati dalla prospettiva di perdere le loro leve a livello europeo. E perché impegnati a difendere il proprio “particulare”.
È lo scenario che si sta sviluppando attorno alle proposte di Stati come Francia, Italia, Spagna, Finlandia, Belgio e Olanda, che a inizio maggio hanno fatto circolare un “paper” che propone di archiviare il principio dell’unanimità nelle decisioni Ue in politica estera, passando a quello della cosiddetta maggioranza qualificata. In tempi di guerra e crisi di vario tipo, bisogna «migliorare l’efficacia e la velocità del processo decisionale» a livello Ue per rendere il blocco europeo capace di agire rapidamente, come «attore di politica estera» alla pari di altre potenze, come Usa, Cina, Russia, si legge nella proposta. Si tratta della via da percorrere per rendere più “agile” l’Unione, hanno sostenuto leader come Olaf Scholz.
«Non è l’unanimità che dà la massima legittimità democratica», ha affermato nei giorni scorsi il Cancelliere tedesco, ma endorsement all’idea sono arrivati anche dal ministro degli Esteri Tajani, che ha suggerito che la riforma potrebbe arrivare anche senza una modifica dei Trattati, permettendo così al Consiglio europeo di «decidere in maniera più agile ed efficace», anche se forse non è ancora il momento per accelerare, ha aggiunto.
Positive sul tema anche figure come l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, che ha definito la possibile riforma un passo di «importanza potenzialmente storica», che metterebbe fine al diritto di veto. Ma dalla teoria alla pratica il passo è molto lungo, soprattutto in Europa. Ed è proprio in quella Centro-orientale e balcanica che cresce e si rafforza il fronte del no e il “club” degli amici del principio di unanimità. Club che ora include anche la Croazia, ultimo Paese a entrare nella Ue, nel 2013. E che non ha alcuna intenzione di lasciar passare la riforma. «Non siamo a favore, ma non perché non appoggiamo la Ue, al contrario», ha specificato il ministro degli Esteri di Zagabria, Gordan Grlic Radman.
Zagabria che, infatti, vede il principio di unanimità, soprattutto in temi-chiave come la politica estera, come «l’unica leva che garantisce a Paesi piccoli di non essere messi in minoranza e di partecipare in modo paritario a decisioni cruciali per la sicurezza e gli interessi nazionali». Croazia che potrebbe appoggiarsi nel suo no a quello che è stato definito il gruppo degli «amici del veto», organizzato dall’Ungheria di Viktor Orban.
Secondo media specializzati in affari europei, Budapest avrebbe già coinvolto nell’attività di lobby contro la maggioranza qualificata Danimarca e Svezia, in un gruppone che include già Polonia, Cipro, Grecia, Bulgaria, Malta, Repubblica Ceca e Austria. «Vogliamo preservare l’unanimità per difendere» i nostri interessi, ha fatto sapere il ministro degli Esteri magiaro, Szijjarto. Fra i favorevoli alla riforma era segnalata anche la Slovenia. Ma pure qui il clima starebbe cambiando. Dai sì, Lubiana è infatti passata al gruppo di «chi osserva come vanno le cose», ha specificato il segretario di stato agli Esteri, Samuel Zbogar. Lubiana che ritiene ancora che la maggioranza sia la via «per una Ue più visibile e presente in politica estera», ma Budapest e Zagabria hanno le loro ragioni, perché i «Paesi piccoli devono ottenere alcune rassicurazioni sul fatto che i nostri interessi siano presi. —
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