Juventus, meno 10 punti. Ma la partita si apre adesso
Dieci punti di penalizzazione, un verdetto che scaraventa la Juventus ai confini della zona Europa e chiude definitivamente (anche se ci sarà un altro passaggio al Collegio di Garanzia del Coni) il lungo processo sulle plusvalenze bianconere. Meno 10 che significa per la squadra di Massimiliano Allegri ritrovarsi a quota 59 punti come l’Atalanta, che oggi occupa l’ultimo posto teoricamente utile per correre per la Conference League, ma sotto rispetto al Milan (64). Una stangata superiore al -9 richiesto a gennaio dalla Procura della Figc durante l’udienza per revocazione e inferiore al -15 inflitto allora dalla Corte presieduta dal giudice Torsello e poi rimandata per nuova definizione dopo il passaggio al Collegio di Garanzia del Coni. Certamente una stangata i cui effetti, però, sono da valutare dopo che si saranno celebrati gli ultimi 180 minuti del campionato.
Da Notare che Pavel Nedved e gli altri sei dirigenti bianconeri componenti del cda (che non avevano deleghe e potere di firma) sono stati definitivamente prosciolti.
Per settimane si è dibattuto intorno al concetto di afflittività della pena, da scaricare su questa stagione sportiva o in ipotesi da traslare sulla prossima. A gennaio la ratio del -9 richiesto dal procuratore capo Giuseppe Chiné, inasprita dalla Corte, era stata mettere la Juventus fuori dall’Europa con una ragionevole certezza. La sentenza-tris non garantisce nulla, nemmeno che i bianconeri non si qualifichino per la prossima Champions League sul campo. In linea puramente teorica, scontato il -10 e battuto l’Empoli in una partita che si è giocata con la surreale cappa del verdetto di Roma, la Juventus potrebbe arrampicarsi fino a 68 punti, battendo nel confronto diretto il Milan e costringendo i rossoneri a sperare perché potrebbe non bastare vincere l’ultima contro il Verona in corsa per non retrocedere. La Roma si è fatta fuori sciupando la sua chance con la Salernitana mentre l’Atalanta è dietro anche negli scontri diretti. Non c’era modo, però, di blindare l’esclusione juventina dalla Champions League vista la classifica, stretti tra l’esigenza di non andare oltre il -15 bocciato dal Collegio di Garanzia del Coni e la consapevolezza che l’impianto accusatorio di Chiné aveva retto a tutti i gradi di giudizio.
L’udienza davanti alla Corte federale d’Appello presieduta da Ida Raiola, presidente della sezione interna del Tar del Veneto, è durata poco meno di tre ore. Poi la camera di consiglio intrecciata con la sfida tra Empoli e Juventus, l’ultima in programma nella 36° giornata di un campionato pesantemente condizionato dalle vicende processuali dei bianconeri. Le motivazioni saranno pubblicate nelle prossime settimane: a gennaio ci vollero 10 giorni per avere accesso al ragionamento che aveva portato al -15. E’ scontato che la Juventus si appellerà nuovamente al Collegio di Garanzia del Coni: il mancato accordo sul secondo filone, quello relativo a stipendi, partnership sospette e rapporti con gli agenti, impedisce che il club bianconero possa in qualsiasi modo certificare il verdetto che la penalizza.
La vera partita si apre adesso. La scelta della Procura Figc di ufficializzare il deferimento della Juventus e dei suoi (ex e attuali) manager per il secondo filone, ufficializzata venerdì scorso in anticipo rispetto a quanto atteso, non ha chiuso all’ipotesi del patteggiamento. I dialoghi non sono stati proficui e non hanno portato a un accordo che soddisfacesse in pieno Procura Figc, Juventus e Procura generale dello Sport presso il Coni: il sentiero si fa più stretto ma sempre possibile. Ad oggi lo scenario è quello di un nuovo processo da celebrare a metà giugno con sentenza prima della fine della stagione, almeno per quanto riguarda il primo grado. Ipotesi che potrebbe consentire di scaricare l’eventuale penalizzazione (anche se la Juventus punta a un’ammenda) sull’attuale campionato senza trascinamenti futuri.
Soprattutto la manovra stipendi, però, rappresenta terreno minato per i legali bianconeri: l’accusa contesta 17 irregolarità tra il 2020 e il 2021, una quantità che potrebbe spingere Chiné a calcare la mano in sede di richiesta di penalizzazione che è l’orientamento più probabile vista la contestazione dell’ormai celebre articolo 4 sulla slealtà sportiva che è contenuta nel dispositivo di deferimento per i dirigenti (da Andrea Agnelli a scendere) con la Juventus chiamata a rispondere “per responsabilità diretta e oggettiva”. Un accordo potrebbe essere conveniente per il club e, se l’esito del -11 sulle plusvalenze avesse ottenuto nel frattempo il raggiungimento dell’afflittività, potrebbe anche trovare meglio disposto il procuratore Chiné uscito fin qui vincitore dai processi sportivi.
Rimane poi lo scoglio della Uefa. Nyon non vuole la Juventus nelle coppe europee, tanto meno in Champions League, come ha ribadito anche Evelina Christillin in un intervento a udienza da celebrare che è parso poco opportuno perché fatto da un membro della stessa Uefa. Un intreccio di questioni giudiziarie, economiche (in gioco c’è il settlement agreement trovato per rientrare nei paletti del Fair Play finanziario) e politiche, con la disputa sulla Superlega sullo sfondo. Il presidente della Uefa, Aleksandr Ceferin, si attendeva dalla “nuovo” Juventus una dissociazione formale rispetto alle scelte di Andrea Agnelli che non è mai arrivata. Tra qualche settimana la Corte di Giustizia UE renderà pubblico il suo verdetto sul monopolio di Uefa e Fifa. Una Juventus fuori dall’Europa come effetto delle sentenze della giustizia sportiva italiana sarà sufficiente per Ceferin? O esporrà i bianconeri all’effetto domino di più stagioni lontano dall’Europa e dai suoi ricavi che tengono in piedi i bilanci?