Pfas, concentrazione in calo tra gli esposti alle sostanze in Veneto
Diminuisce la concentrazione di Pfas nel sangue della popolazione veneta rimasta esposta a queste sostanze. A dirlo è il nuovo bollettino della Regione, a partire dai due test di sorveglianza, eseguiti a quattro anni l’uno dall’altro, a cui si sono sottoposti volontariamente decine di migliaia di cittadini veneti: 61 mila al primo esame, 13 mila al secondo. E i risultati evidenziano che la concentrazione di Pfoa, il principale contaminante veicolato dall’acqua potabile, è calata nettamente, con una media del 62%.
«A riprova dell’efficacia delle misure messe in atto per interrompere l’esposizione idro-potabile, e quindi l’installazione di filtri a carboni attivi negli impianti di potabilizzazione degli acquedotti» commenta, soddisfatta, la Regione. Si tratta di un intervento eseguito nell’estate del 2013, grazie al quale è stato possibile rimuovere i Pfas dall’acqua degli acquedotti.
Ma, pur in un quadro di netto miglioramento, si notano delle differenze piuttosto marcate tra le persone sottoposte alla sorveglianza. I risultati variano in base all’età, con una percentuale di concentrazione di Pfas che risulta mediamente più elevata i più anziani. E poi in base al sesso, con una concentrazione delle sostanze che appare più elevata tra gli uomini. E poi, naturalmente, in base all’area di residenza: le più esposte risultano le persone residenti nella porzione dell’“area rossa” dove la contaminazione ha interessato non soltanto la rete acquedottistica, ma anche matrici ambientali.
Non soltanto l’analisi sui residenti. Contemporaneamente, prosegue la seconda indagine condotta autonomamente sugli ex lavoratori della ditta Rimar-Miteni, il sito chimico individuato come sorgente della contaminazione. Anche in questo caso, i risultati delle analisi hanno evidenziato una riduzione della percentuale di concentrazione di Pfas nel sangue delle persone.
Intanto, parallelamente al lavoro dell’Usl 8, prosegue il lavoro della magistratura, per fare chiarezza su quanto accaduto. Si tratta di un processo con tutti i riflettori puntati adesso. Eppure lunedì ha subito una battuta d’arresto inaspettata e paradossale, dovuta all’incapacità dell’interprete incaricata di tradurre le parole di Robert Billiot, l’avvocato statunitense che già aveva vinto la class action contro il colosso della chimica DuPont, accusato di avere inquinato con le sostanze Pfas le acque del fiume Ohio. Udienza da ripetere, dunque, nell’impossibilità di comprendere le dichiarazioni di Billiot.
«Quella di oggi doveva essere una giornata fondamentale nella ricostruzione processuale rispetto all’accertamento delle responsabilità per l’inquinamento da Pfas, e invece si è trasformata in una delle più assurde» commenta, allibita, la consigliera regionale di Europa Verde Cristina Guarda, «Da un mese si attendeva di raccogliere la testimonianza dell’avvocato Robert Billot. Probabilmente l’avvocato deve essersi sentito in balia di una candid camera, quando si è reso conto che l’interprete incaricata dal Tribunale di Vicenza non era in grado di tradurre parola per parola, determinando la necessità di un rinvio dell’udienza per la formalizzazione di un nuovo incarico di interprete. Uno stop forzato che lascia l’amaro in bocca».