Una casa di riposo grande quanto il Veneto
Una Casa di riposo grande quanto il Veneto. Con un padiglione già operativo, il Polesine: dove il numero di chi è in pensione supera quello di chi lavora.
L’apertura integrale? A breve, stando ai numeri: se a Rovigo ci sono 97 lavoratori ogni 100 pensionati, a Belluno sono 108, a Venezia 126, a Treviso e Vicenza 130, a Padova 133, a Verona 137. Una decina d’anni, e il sorpasso sarà realtà in tutta la regione.
Ma il peggio deve ancora arrivare, segnala Stefano Campostrini, docente di Statistica sociale all’università di Venezia, ricorrendo al termine di “povertà demografica”. Con una scadenza catastrofica, di fatto dopodomani: «Nel 2040 la situazione sarà quasi tragica in tutta la regione, arriveremo molto vicini a due pensionati per ogni lavoratore».
Si profila all’orizzonte un autentico tsunami sociale: tutt’altro che inatteso, come accade nella disastrata Italia per le alluvioni, le frane, i terremoti. Si sa che arriveranno, e puntualmente arrivano; ma lungi dal prevenirli, ci si limita a rabberciare i danni.
Nel caso specifico, l’allarme veneto era stato lanciato dal gruppo di lavoro di Campostrini già una decina di anni fa; in questo lasso di tempo, gli over 65 sono aumentati del 23 per cento, più che nel resto del Paese, mentre il tasso di natalità è stato del 6,7 per mille, anche qui sotto la media nazionale; che di suo è già il più basso d’Europa.
Se nel 1966, anno-picco del baby boom, in regione nascevano 79 mila bambini, oggi siamo a 31 mila. Ad appesantire il bilancio c’è l’allungamento della vita media: se a inizio anni Novanta chi andava in pensione aveva un’aspettativa di 14 anni, oggi arriva a 20; e salirà ancora.
Ne deriva un allarmante squilibrio demografico, oltretutto in vistoso aumento: in Veneto, ci sono oggi 159 anziani ogni 100 giovani, con punte di 219 a Rovigo e 210 a Belluno; dieci anni fa erano 138. E parlare di anziano in genere è riduttivo: nella realtà, due su cinque vivono soli, e anche qui con un dato in crescita.
Gli ultraottantenni sono ormai il 7 per cento della popolazione complessiva. I centenari sono arrivati a 1.500, più che raddoppiati in dieci anni. Se a questa pagina demografica si affiancano quelle relative ai giovani in età da lavoro e ai futuri nati, il bollettino che ne risulta è da autentica Caporetto; il punto è stabilire dove collocare la linea del Piave.
E poiché la natura ha ritmi non modificabili, ci vogliono e ci vorranno ancora nove mesi per fare un bambino, e una quindicina d’anni per avere un lavoratore. Ciò significa che nel breve-medio periodo non è sufficiente impostare vere politiche demografiche (non quelle mediocri finora adottate, né i rimedi basati sul solo denaro); è indispensabile scrivere regole sull’immigrazione radicalmente diverse dalle scalcinate e populiste norme attuali.
È la demografia a dirci che gli immigrati servono; e non solo manodopera generica, ma anche figure qualificate o da formare, in funzione delle esigenze reali del mercato del lavoro. Con una clausola fondamentale: non da considerare solo come braccia da sfruttare per la produzione, ma persone da integrare a tutto tondo nella vita quotidiana. Altrimenti, in un Veneto formato gerontocomio, la figura più richiesta non sarà più il buon vecchio operaio, ma il badante.