Belgrado, la protesta non si spegne: autostrada bloccata nella notte
BELGRADO La tempesta perfetta. E una imminente contrapposizione di manifestazioni di segno opposto, fortunatamente non in contemporanea. È questo lo scenario che incombe sulla Serbia, Paese dove le due stragi di inizio maggio, in particolare quella in una scuola della capitale, hanno provocato una reazione a catena sociale e politica che difficilmente si spegnerà a breve. La reazione riguarda le piazze, in testa quella della «protesta contro la violenza», arrivata l’altra sera alla terza tappa, una grande marcia organizzata da svariati partiti di opposizione di indirizzo europeista che si sta trasformando in vera e propria rivolta contro il potere.
Non solo decine di migliaia di persone sono scese in piazza venerdì sera – secondo alcune stime centomila o anche di più, con numeri vicini a quelli della rivolta che scardinò il regime di Slobodan Milosević nel 2000 – ma l’atmosfera a Belgrado è quella dei grandi appuntamenti con la storia. Lo conferma anche il blocco dell’autostrada che attraversa la capitale, rimasta paralizzata fino a sabato mattina a causa di decine di manifestanti, in gran parte giovani, affiancati da un pugno di politici di opposizione, tra cui Nebojsa Zelenović del partito Zajedno (Insieme) e Srdjan Milivojević (Partito democratico), che hanno arringato gli irriducibili chiedendo loro di «non andare a casa, finché tutte le richieste non saranno soddisfatte».
Richieste che, per ora, sono abbastanza modeste: dimissioni del ministro degli Interni e del capo dei servizi; controlli su Tv e tabloid filogovernativi, accusati di diffondere menzogne e alimentare la violenza e l’ignoranza che permea la società serba; cambi al vertice della Tv pubblica Rts e della commissione di vigilanza sui media, che per anni non avrebbe fatto il suo lavoro permettendo la diffusione di propaganda di regime e silenziando le voci critiche verso il presidente Aleksandar Vučić e il governo.
Ma la pentola a pressione che è oggi parte sostanziosa della società serba vuole di più. «Vučić dimettiti», è stato lo slogan più e più volte ripetuto nella notte sull’autostrada. «Non vado a casa, non posso permettermi di protestare ogni venerdì per il mio futuro, stiamo qui finché non cambiano le cose», confermava in piedi sull’asfalto uno dei giovani rimasti a presidiare tutta la notte le corsie che solcano la città, mentre nel resto del Paese sono continuate le proteste degli agricoltori.
Ma c’è anche un’altra Serbia. Mentre quotidiani come Nova e Danas titolavano ieri «Primavera serba» e «La più grande protesta dal 5 ottobre», i tabloid filogovernativi hanno raccontato tutt’altro. Il ponte autostradale Gazela è stato «bloccato da 10mila odiatori», secondo Informer, che ha all’opposto sostenuto che «in 30mila erano a Pancevo a vedere Vučić» in uno dei suoi comizi; Novosti e Blic hanno fatto finta di niente, come se nessuno avesse sfilato nella capitale serba venerdì. «Nessuna resa, tutti a Belgrado il 26 maggio», si legge sulla prima pagina del Kurir.
Proprio il 26 maggio è la data che fa paura a molti, in Serbia. Sarà la giornata in cui Vučić e i suoi Progressisti porteranno in città decine e decine di migliaia di sostenitori, moltissimi dalla provincia profonda, mobilitati dal partito. Secondo il presidente non sarà una contromanifestazione: Vučić ha parlato di meeting apartitico della «Serbia della brava gente comune», non «raduno dell’odio ma della speranza». E il giorno dopo, per evitare incidenti, riscenderà in piazza l’altra Serbia, è stato annunciato.