Delitto Toffoli, un testimone: «Ho visto quell’uomo entrare a casa di Lauretta e l’ho sentita urlare: «Mi ammazza»
UDINE. «Aiuto, mi ammazza. Aiuto mi ammazza». A sentire quelle parole che provenivano dall’appartamento del secondo piano al civico 4 di via Della valle nella notte fra venerdì 6 e sabato 7 maggio 2022 è stato Renzo Fumagalli, che in quelle urla, seguite da una voce soffocata simile a un rantolo, riconobbe la voce della sua dirimpettaia, la 74enne Lauretta Toffoli, colpita a morte da 36 coltellate.
È lui il teste chiave che la pubblica accusa ha chiamato a deporre, venerdì 12 maggio, dinanzi alla Corte d’assise presieduta dal giudice Paolo Alessio Vernì con il collega a latere Paolo Milocco e sei giudici popolari.
PER APPROFONDIRE:
Una deposizione che pesa come un macigno sulla posizione di Vincenzo Paglialonga, il 41enne originario di San Severo di Foggia accusato di aver ucciso la sua vicina di casa. Tutto sembra tornare nella sua ricostruzione fornita in aula. Non fosse per i riferimenti temporali che, in più punti, non combaciano.
La sequenza dei fatti di quella sera, il dirimpettaio l’ha acquisita attraverso lo spioncino della porta. È da lì che ha scorto la sagoma di Paglialonga salire le scale e bussare alla porta di Lauretta fra le 23.30 e le 23.40.
LEGGI ANCHE:
Era uscito dal carcere di Pordenone quello stesso pomeriggio, confinato ai domiciliari da un braccialetto elettronico di cui si era liberato in fretta. «Lauretta teneva la porta socchiusa. Non voleva farlo entrare – ha spiegato il teste –, diceva che l’ultima volta che lo aveva fatto, lui si era portato via della roba». Poi però aveva ceduto. E Paglialonga aveva varcato quella soglia.
Si era trattenuto una ventina di minuti, quindi era uscito per poi rientrare una decina di minuti più tardi reggendo un pacco nero. Le urla sarebbero arrivate più tardi. Non prima dell’1.30, secondo la ricostruzione del vicino.
Eppure, fanno notare i difensori Piergiorgio Bertoli e Carlotta Roiatti, appena una manciata di minuti dopo la pattuglia della Squadra volante, giunta alla palazzina per verificare la presenza di Paglialonga, dopo che il primo sopralluogo era andato a vuoto, lo aveva trovato in casa, pur senza il bracciale.
«E come avrebbe fatto se fosse stato lui a ucciderla, a scendere le scale, rientrare, liberarsi dei vestiti insanguinati e aprire alla polizia in così poco tempo?» si interroga il collegio difensivo.
Le urla di Lauretta, quella notte, in realtà si erano sentite fino al quarto piano, ha riferito un inquilino. E pure nell’appartamento della famiglia Mazzucchielli al secondo si sono sentiti colpi, voci, forse richieste di aiuto in una fascia oraria che oscilla indefinitamente fra l’1 e le 2.
Su una cosa le deposizioni degli inquilini della palazzina al civico 4 di via Della Valle convergono: Paglialonga aveva avuto diverbi praticamente con tutto il vicinato, tanto che qualcuno si era deciso a denunciarlo.
Suonava spesso alle porte, in cerca di soldi, ma i più non gli davano corda. Salvo Lauretta, che più volte lo aveva accolto in casa e gli aveva dato qualche banconota.
«Perché lo fai?» le aveva chiesto il vicino Ivano Albino. «Cos te vol – aveva risposto lei –? Mi fa pena, gli faccio un caffè». E quando Albino aveva redarguito Paglialonga erano arrivate le minacce e i danneggiamenti, ha raccontato.
Fu lui stesso la mattina del 7 maggio, sorprendendo il vicino senza il braccialetto fuori dalla palazzina, a chiamare la polizia. A temere Paglialonga era pure Paola Da Vico, che abita al primo piano e che lo accusava di averle imbrattato la telecamera installata sulla sua porta con colla e pittura.
Come lei Lucia Goreszach del terzo piano, che aveva prestato soldi a Paglialonga. «Quando gli chiesi di restituirmeli sono cominciati i danneggiamenti» ha ricordato.
Due i condomini, Sebastian Mazzucchelli e Luca Herremans, che il mattino successivo, uscendo, avevano notato la porta di casa di Lauretta socchiusa, lei era ormai priva di vita poco oltre quell’uscio, ma nessuno lo aveva capito.
Si tornerà in aula lunedì, alle 14, con i testi dell’accusa. Ma sulle deposizioni ascoltate, la difesa non lesina riserve: «Fin qui, l’esame dei testi ha definito la superficialità con la quale sono state condotte le indagini da parte della polizia giudiziaria», ha commentato l’avvocato Bertoli, in aula con la collega Roiatti e i consulenti tecnici Edi Sanson e Linda Pontoni. Sue le riserve su un verbale pieno di cancellature e la richiesta di sentire in aula l’autore. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA