Totò De Falco: «Soffro e non guardo la Triestina. Dover vincere sabato può essere un bene»
TRIESTE Sono passati 40 anni da quando la Triestina fu promossa in serie B vincendo un campionato trionfale e Totò De Falco con i suoi 25 gol entrò per sempre nella storia dell’Alabarda.
Quattro decenni dopo, il bomber confessa di non aver visto nemmeno una volta quest’anno l’Unione: ma non si tratta di disinteresse, anzi forse di troppo amore.
De Falco, ce la farà la Triestina a salvarsi?
«Confesso che quest’anno non ho mai visto una partita della Triestina. Mi sono ripromesso dall’inizio di non vederle e vado avanti così. Quindi non ho idee da visione diretta, anche se leggo e mi documento».
Come mai questa scelta?
«Perché già soffro troppo e le cose non erano state fatte per come la vedo io. Il giudizio l’avevo già dato: secondo me cambiare tutto è stato un errore madornale, troppi sconvolgimenti con tutte le conseguenze che comporta».
Però poi a gennaio si è un po’ raddrizzata la rotta.
«Sì, i risultati sono migliorati, ma rifare una squadra a gennaio non è mai facile, soprattutto trovare gli attaccanti. Posso solo dire che quando ti trovi dentro certe situazioni, uscirne non è mai facile, come dimostra il basket: la retrocessione di Trieste mi è dispiaciuta tantissimo, sono sempre un appassionato».
Ma sabato cosa può succedere?
«Di tutto. Comunque la Triestina non ha niente da perdere. Anche con noi nel 2010 ai play-out il Padova aveva pareggiato in casa 0-0, poi ce ne fece tre al Rocco. Le possibilità sono intatte, forse non aver niente da perdere è quasi un bene, perché devi pensare solo a vincere. Gli altri possono gestire due risultati su tre, ma non sempre è una cosa positiva».
Tra l’altro c’è sul groppone anche un’indagine per illecito sportivo.
«Da questo argomento me ne tengo alla larga, l’ho vissuto sulla mia pelle e so quanto sia problematico. Con la giustizia sportiva può succedere di tutto perché al contrario di quella ordinaria, il presupposto è che sei colpevole e devi dimostrare il contrario. Ovviamente parlo in generale, del caso in questione non so nulla».
A Gentilini ultimamente i tifosi rimproverano un po’ troppa prudenza: chi ha ragione?
«Gentilini lo conosco bene, sono certo che sa cosa fare perché ha il polso della squadra. E i risultati gli stanno dando ragione, visto che a gennaio eravamo praticamente retrocessi. Intanto non prende gol, poi magari al momento giusto se la gioca in un altro modo. Quanto alle difficoltà di fare gol, ora voglio solo sperare che si segni al momento giusto e che almeno il finale sia a lieto fine».
Intanto sono passati 40 anni da quel trionfo del 1983.
«Quello fra l’altro è rimasto l’ultimo campionato davvero vinto dalla Triestina, a dimostrazione che vincere non è semplice. Ma erano altri tempi, con altre regole per le promozioni. Ai miei tempi non ci sarebbero stati nemmeno gli eroi di Lucca, perché erano arrivati quinti. Al mio primo anno arrivare quinti era stata una delusione».
Cosa ricorda di quella stagione magica?
«Fu un anno fantastico e indimenticabile, che tutti si porteranno dietro per sempre, noi protagonisti, i tifosi, la città. Una squadra rimasta nei sogni dei triestini. Poi, con tutto il rispetto per gli altri che ovviamente sono stati fondamentali, rimane sempre la Triestina di Ascagni e De Falco, perché nel tempo rimangono in testa sempre gli attaccanti. Spero che prima o poi un campionato l’Unione torni a vincerlo. E c’è un’altra cosa da dire a riguardo».
Quale?
«Beato chi ha avuto la fortuna di averla vissuta quell’epoca, perché i giovani fanno fatica a capirlo cos’era Trieste in quegli anni, con 20mila ogni domenica al Grezar. Per fortuna ci sono i filmati, altrimenti non ci crederebbero. Una squadra spettacolo che trascinava la gente».
Perché non si è più vinto un campionato?
«Io dico che il problema principale è che la Triestina non ha strutture. Quarant’anni dopo siamo sempre allo stesso argomento: ce l’hanno tutti in città i campi di allenamento, ma non ce l’ha la squadra della città. La Triestina ha bisogno di un centro dove mettere le basi, questa è una pecca che prima o poi andrà risolta». —