Morire in palestra a diciott’anni. Quello che sappiamo della tragedia del giovane Edo
Sono le 18.25 del 22 febbraio. È un mercoledì e un ragazzo si prepara a uscire di casa con un borsone sulle spalle. «Ciao mamma, vado». «Ok ciao Edo a dopo, mi raccomando».
Non c’è bisogno di dire altro perché Edoardo “Edo” Zattin, 18 anni, idee positive e un volto da persona buona e curiosa su un fisico atletico da 1.86, sa che quello è uno dei suoi numerosi appuntamenti sportivi, quello con la boxe.
Una passione che ha da appena sette mesi: si è iscritto alla palestra di boxe solo a settembre e prima ha ottenuto il certificato medico d’idoneità sportiva specifico per sport di combattimento. Mentre monta in sella alla sua moto è felice.
Lo sa anche la mamma, Manuela Borile, che, seppur anche lei felice dell’entusiasmo sportivo di Edo, tanto da averlo sempre supportato nella sua carriera di giocatore di pallacanestro con la Redentore Este, ha sempre nutrito un po’ di paura per il pugilato.
Quello che lei non sa e non può nemmeno lontanamente immaginare è che quella sarà l’ultima volta che potrà udire la voce di suo figlio.
La tragedia all’ora di cena
Quella sera, mentre papà Enrico torna a casa a Este, sul tatami, il tappeto di combattimento della palestra Iron Dojo Team, un centro di arti marziali e pugilato molto noto, in via Umbria a Monselice, si prepara qualcosa di tragico.
Edoardo arriva in palestra alle 18.50, lo testimonia un messaggio whatsapp inviato alla fidanzata con scritto: “Sto entrando”. Poi dopo essersi cambiato, per una trentina di minuti procede al riscaldamento. In sala ci sono 7-8 persone tra cui tre allenatori, gli altri sono atleti.
Infine, alle 19.30 inizia lo sparring, che consiste nell’affrontarsi “in difesa” a coppie (3 minuti di attività e altrettanti di pausa, poi lo “scambio” dei ruoli tra difensore e attaccante e la ripresa).
Edo quindi sale sul tatami convinto di prendere parte a uno sparring, cioè una simulazione di combattimento senza contatto. L’avversario di fronte a lui è un atleta molto più grande: ha 35 anni, viene dal Polesine e frequenta l’Iron Dojo Team da anni. Un avversario esperto, insomma. Temibile.
Lo “sparring” va avanti, ma quando finisce e i due avversari escono dal tatami per riposarsi, Edo non sta bene: si soffia il naso ed esce un fiotto di sangue, tanto sangue, che non si ferma più. Il ragazzone di 1.86 si accascia.
[[ge:gnn:mattinopadova:12795230]]
La doppia richiesta di soccorso
La telefonata al 118 parla di un malore: le chiamate sono due, la prima alle 20.17, la seconda pochi minuti dopo.
Alle 20.27 l’ambulanza è già arrivata davanti alla palestra: in quel momento giungono un medico (una dottoressa allertata dall’unità di soccorso) e il papà del ragazzo (chiamato da un giovane atleta amico di Edoardo). La dottoressa capisce che qualcosa non va e l’ambulanza si dirige direttamente verso la Neurochirurgia di Padova.
Il ragazzo viene visitato e all’arrivo in pronto soccorso viene fatta una Tac alla testa. Il quadro che appare è devastante. Edoardo ha ricevuto un fortissimo trauma sopra l’orecchio sinistro che ha provocato una frattura cranica e un’emorragia venosa con lenta fuoriuscita di sangue che continua a colare dal naso.
Viene allertata l’équipe di neurochirurghi, si tenta l’intervento impossibile: nella notte Edoardo viene sottoposto a una delicatissima operazione al cervello, ma prima i chirurghi ci tengono a informare la famiglia che la situazione è disperata.
Edoardo non si riprenderà mai più. Venerdì 24 ne viene dichiara la morte. La famiglia autorizza l’espianto degli organi.
Ma già giovedì mattina la polizia viene avvertita dai medici: quello che al 118 era stato registrato come un malore è il risultato di un colpo violentissimo, che è stato inferto tra la 19.15 e le 20.15 di quel maledetto mercoledì. Cioè proprio mentre Edoardo era all’Iron Dojo Team.
Le indagini
La notizia inviata dai medici sulle vere cause della morte del giovane studente cambia il quadro legale della vicenda. Da quel momento la Procura di Padova apre un fascicolo: omicidio colposo. Finora la sostituto procuratore Maria D’Arpa non ha iscritto indagati.
L’inchiesta viene affidata dal magistrato ai carabinieri di Monselice.
Che per prima cosa interrogano tutte le persone presenti nella palestra di viale Umbria al momento dell’incidente.
Per primi gli istruttori di Edo, Lorenzo Bezzon e Simone Lazzarin. Che sono sicuri:«Edoardo non ha preso colpi durante l’allenamento, eravamo presenti e ce ne saremmo accorti».
E che aggiungono: «Edoardo è salito sul tatami e indossava come tutti gli altri il caschetto di protezione. Sono iniziati gli allenamenti di sparring, con colpi che non andavano a segno visto che uno dei due atleti doveva evitarli. Tutti si sono fermati per riposare e il ragazzo si è soffiato il naso. Perdeva sangue ed è svenuto».
Anche l’atleta di 35 anni che era in coppia con Zattin, distrutto da quanto successo, ha assicurato di non averlo mai colpito, nemmeno per errore.
Poi sono stati interrogati singolarmente anche gli altri ragazzi presenti.
Finora tutti confermano che Edoardo Zattin non avrebbe ricevuto colpi. Eppure un colpo è arrivato, non un colpo normale, ma con due caratteristiche ben precise.
[[ge:gnn:mattinopadova:12795229]]
Il colpo “fantasma” e mortale
Ciò che contraddistingue il trauma che ha posto fine alla giovane vita di un ragazzo che amava lo sport e credeva nei suoi valori sono quindi due particolari. Analizziamoli.
Il primo è che “senza dubbio” il trauma è stato provocato tra le 19.15 e le 20.15 quindi, nel periodo di tempo in cui Edoardo era in palestra.
I medici lo hanno ipotizzato con la tac ma lo hanno confermato anche i neurochirurghi che hanno operato il ragazzo nel disperato tentativo di salvarlo.
Ma per fugare anche ogni piccola ombra su questo la famiglia di Edoardo ha ricostruito minuziosamente le ore passate dal loro figliolo prima dell’allenamento, chiedendo informazioni a tutte le persone che erano state con lui e potendo quindi stabilire che il diciottenne non aveva subìto alcun colpo.
Il secondo particolare è la posizione, che tutti coloro che hanno praticato la boxe conoscono bene.
Edoardo ha ricevuto un colpo sopra l’orecchio sinistro. La conferma clinica è che l’emorragia fatale si è sviluppata nella metà sinistra del cranio e che il trauma è posizionato in corrispondenza.
Per provocare un trauma laterale si può trattare di un colpo diretto (cross) contro la testa del bersaglio girata verso destra (di Edo), oppure un colpo circolare, (un gancio, o hook), portato contro la testa del bersaglio in posizione normale (Edo che guarda in avanti).
Quindi il colpo è arrivato in palestra e corrisponde all’ipotesi che qualcuno l’abbia sferrato con il pugno destro, cioè la “guardia” del 95 per cento dei pugili.
Colpire lateralmente la testa di un ragazzo alto 1.86però non è semplice, presuppone che la spalla di colui che sferra il colpo sia perlomeno all’altezza del capo di colui che lo riceve. Difficile. Dovrebbe trattarsi di un pugile alto almeno due metri. Ma come in tutte le cose c’è un “A meno che”.
[[ge:gnn:mattinopadova:12665468]]
Sparring
In questo caso il “A meno che” è dato proprio dal tipo di allenamento: lo sparring prevede che uno dei due atleti sia in difesa e serve proprio ad allenare alla difesa dai pugni avversari. La difesa di un boxeur è fatta su due linee: gambe e arti-tronco. Quindi oltre a muovere le gambe (la prima difesa nella boxe è la mobilità garantita dal saltellare e cambiare sempre la propria posizione), c’è la mobilità degli arti e del tronco.
La prima assicura i blocchi e le parate con contatto fisico dei colpi avversari sugli arti.
La seconda permette altre due (difficili) tecniche di difesa: le schivate laterali e le schivate abbassando la testa.
Una tecnica, quest’ultima, che consente di evitare i colpi senza alcun contatto e, soprattutto, di trasformare la difesa in attacco da posizione vantaggiosa. Proprio l’obiettivo di un allenamento sparring
Ma per fare questo ci vuole un duro allenamento e una buona pratica: il tronco e la testa vanno mossi di lato e abbassati in velocità. Concentriamoci su quest’ultima.
La schivata abbassando la testa prevede che lo sparring abbassi le ginocchia e il busto sotto il pugno avversario e che la si rialzi dall’altro lato. Questione di centesimi di secondo.
È in questo caso, classico, in cui la testa del difensore è abbassata di molto che un colpo può arrivare all’altezza della testa di un pugile molto alto.
Non solo: è in questo caso che un colpo può arrivare sopra l’orecchio sinistro: il pugile in difesa vede partire il colpo di destro e se non è esperto porta per istinto il tronco a destra mentre abbassa le gambe. Se lo fa in ritardo il colpo arriva. Duro.
[[ge:gnn:mattinopadova:12795232]]
Il casco
Ovviamente per proteggere la testa è previsto un casco imbottito che protegge il cranio e lascia libera solo la parte del viso. Anche qui i casi sono due. Si tratta di un elemento obbligatorio in palestra. Nessun non professionista può salire su un ring o comunque prendere parte a un combattimento senza indossarlo.
Edo indossava il casco protettivo? Il casco protettivo è uno strumento personale ed Edoardo ne aveva uno suo. In tutte le palestre nessuno può indossare i guantoni e salire sul ring senza.
È una pratica seguita maniacalmente da tutti i responsabili delle associazioni di pugilato proprio a causa di incidenti, anche con esito mortale, del passato.
Ma alcuni testimoni hanno detto ai carabinieri che Edo quella sera non lo indossava. Altri di averlo visto con il casco. Potrebbe esserselo tolto? Difficile che un ragazzo con pochissimi mesi di esperienza possa farlo, specie un ragazzo giudicato da tutti assennato come Edo. Difficilissimo inoltre contro un avversario esperto come il 35ennne polesano. Eppure alcune persone presenti lo avrebbero visto senza.
In questo caso chi sarebbe dovuto intervenire per fare indossare il casco? I responsabili del combattimento, cioè l’arbitro, in caso d’incontro, o il responsabile della palestra in caso di allenamento.
Infine: che tipo di casco aveva Edo in quel momento? Anche questa è una domanda che gli investigatori si sono posti, tanto che il magistrato ha chiesto ufficialmente al Consulente tecnico unico, ll professor Stefano D’Errico dell’Università di Trieste, tra i quesiti cui dovrà rispondere nella sua perizia, di valutare la capacità del casco di Edoardo: capire cioè se quel particolare casco aveva difetti costruttivi tali da non garantire la protezione oppure se era di un tipo non omologato o inadatto al combattimento.
Il colpo ricevuto da Edoardo è arrivato violentissimo e non attutito, al punto che (in base ai risultati ufficiali della tac) avrebbe determinato uno spostamento dell’encefalo: lo confermerebbero infatti delle microlesioni nella parte destra della massa encefalica.
[[ge:gnn:mattinopadova:12795233]]
I testimoni
Un colpo spaventoso, arrivato durante la seduta di allenamento alla difesa all’interno della palestra Iron Dojo, davanti ad almeno sette persone, di cui tre sono istruttori.
Tre sono tanti, ma in caso di sparring è una pratica consueta. Ci dev’essere almeno un istruttore per ogni combattimento.
Un colpo arrivato da destra all’altezza dell’orecchio sinistro, di una violenza tale che ha provocato lo spostamento dell’encefalo causando lesioni dalla parte opposta del cervello. Ma soprattutto ha provocato una frattura del cranio un’emorragia subdurale capace di uccidere un ragazzo di 18 anni grande e grosso che in quel momento doveva indossare un casco protettivo specifico per la boxe.
Un colpo talmente forte da non poter passare inosservato all’atleta con cui Edoardo stava facendo sparring ma neanche all’istruttore che stava seguendo il suo combattimento.
Eppure nessuno dei presenti ha detto ai carabinieri di averlo visto, o udito e comunque percepito.
Di più: tutti dicono che Edoardo non ha ricevuto colpi, nemmeno leggeri e che non si è lamentato di averne ricevuti. Un mistero.
Un mistero che però non può essere accettato dai genitori di Edoardo Zattin. Il papà Enrico, sconvolto dal dolore dopo due mesi di tormenti è sbottato, con una rudezza facilmente comprensibile: «È sconvolgente che a distanza di oltre due mesi noi genitori ancora non sappiamo che cosa sia accaduto di preciso a nostro figlio. Quel giorno Edoardo è entrato in palestra vivo e ne è uscito in fin di vita. È altrettanto sconvolgente l’omertà che si è creata in merito alla morte di Edo. La nostra speranza è che si faccia chiarezza ed emerga la verità».