La scelta dell’illustratore mantovano Gioz, innamorato della pianura
Classe 1992, nato a dicembre, Giovanni Scarduelli ha frequentato il liceo artistico Giulio Romano a Mantova, quindi l’istituto di design Palladio a Verona (dove ora è tornato da docente, a insegnare graphic novel) e il Mimaster illustrazione a Milano. Legatissimo alla sua Ostiglia, da qualche mese si è trasferito a Mirandola. Ha illustrato libri per Einaudi, Mondadori, il Battello a Vapore, Feltrinelli, BeccoGiallo (tra gli altri). Il suo ultimo lavoro pubblicato è il “Diario di Anne Frank” (Bur Rizzoli), ma è già all’opera su un nuovo libro illustrato per adulti e su tre fumetti in team.
Tra il paese e la metropoli, ha scelto di vivere e disegnare dove, al tramonto, il sole si tuffa tra agli alberi e non annega dietro i palazzoni. Nella sua Ostiglia, prima, e a Mirandola, da qualche mese. A proiettarlo nel mondo è l’arte, perché Giovanni “Gioz” Scarduelli è tra gli illustratori più talentuosi della sua generazione, apprezzato e richiesto da editori come Einaudi, Mondadori, il Battello a Vapore, Feltrinelli, BeccoGiallo. E, appena oltre la linea dei trent’anni, ha ancora tanti sogni da realizzare in punta di dita.
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Se chiedessero a Gioz d’illustrare il concetto di provincia, quale soggetto e che tecnica privilegerebbe?
«Sono molto legato al mio paese e alla dimensione del come si sta in provincia, anche perché, finito il mio anno di master a Milano, ero arrivato alla consapevolezza che lì non ci sarei rimasto. Troppo distanti da me i ritmi e i modi di vivere, sentivo di dover tornare alla pianura, per vedere il sole che tramontava dietro agli alberi e non dietro ai palazzi. Per me la provincia è il Po, l’argine, il verde della natura, anche se le nostre zone sono un po’ brulle e nebbiose. Che tecnica? Quella dell’acquerello, l’unica che ti permette di utilizzare la stessa materia di cui è fatto il fiume».
Nella dimensione del paese il talento è incoraggiato o visto con sospetto?
«Parenti, amici e coetanei mi hanno sempre incoraggiato a disegnare, ma ricordo che anni fa avevo una band, i Dustcloak. Suonavamo cover e pezzi nostri, eravamo molto apprezzati, ma c’erano anche dei detrattori, dei ragazzi più grandi a cui non andavamo proprio a genio. Per cui la risposta alla domanda è sì, la creatività può incontrare degli ostacoli».
Al netto dei detrattori, l’orizzonte del paese alimenta la fantasia oppure la tiene alla catena?
«Il paese è la mia comfort zone, dove posso starmene tranquillo e dedicarmi alla mia arte senza altri pensieri. Se non mi sentissi a mio agio nel posto dove opero, allora ne risentirebbe anche la mia arte».
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Quando ha capito di essere bravo con le matite?
«Andiamo indietro fino alle scuole elementari, dove si disegnava molto. Capitava che i miei compagni si mettessero attorno al mio banco è lì rimanessero. Io me ne stavo con la testa china sul foglio e a un certo punto sentivo mancarmi l’aria, l’ossigeno che si rarefaceva. Erano gli unici momenti nei quali godevo di questa attenzione assoluta, in ginnastica e nelle altre materie c’erano ragazzi molto più bravi di me».
A bruciapelo: un libro illustrato che ha segnato l’infanzia e l’arte di Gioz?
«Un albo illustrato di David McKee, che in italiano s’intitola “Non rompere, Giovanni” e racconta della disattenzione degli adulti verso i bambini. Custodisco ancora la mia copia».
L’emozione del primo lavoro importante?
«Me ne sono capitati due nel giro di pochi mesi, era il 2017. Il primo per una rivista di settore dedicata ai libri, per la quale ho disegnato la copertina citando il “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. Qualche mese dopo ho disegnato la copertina per l’inserto di viaggi del quotidiano la Repubblica, che raccontava dei ristoranti all’interno dei musei, proponendo un excursus tra arte e cibo. Io ho rivisitato il Discobolo, facendo del disco un piatto servito a due commensali. È stata un’emozione incredibile».
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Verso cosa è orientata la scrivania di Gioz?
«Ho due tavoli, uno con il computer per la grafica e il montaggio, l’altro da disegno. Il pc è orientato verso una parete con delle mensole e delle stampe di illustrazioni a fumetti, tra cui una tavola numerata di SpiderMan, il tavolo da disegno è sotto la finestra. A Mirandola abito in quartiere di villette, alcune delle quali in costruzione, ma per fortuna c’è del verde e il mio sguardo può posarsi su dei filari di alberi».
Quanto è difficile modulare il proprio tratto alle parole altrui? Illustrare è un esercizio di libertà oppure una gabbia?
«Non ho mai visto il mio lavoro come una gabbia. Se a propormi un progetto sono gli editori, allora sono tranquillo perché significa che hanno già fatto i loro conti valutando la mia mano come la migliore per le loro esigenze. Se invece sono io a propormi, com’è capitato con l’“Antologia di Spoon River” poi pubblicata da Mondadori, allora significa che sono davvero sicuro del mio progetto, perché ci sto dietro da mesi e ho preso confidenza. È una cosa che viene da dentro, se il pensiero fatica a diventare disegno e farsi storia, se il progetto non funziona, allora lo scarto e lo metto in un cassetto».
Precisione del tratto e sbavature della fantasia, in che dosi si mescolano tra loro questi due ingredienti?
«Mi capita di farmi tante domande, “pare”, problemi su linee, piccole curve, il tornare indietro del pennino o una certa campitura, ma poi mi metto nei panni del lettore e penso che non se ne accorga davvero nessuno, così mi viene naturale. Non conosco l’horror vacui, il foglio bianco è pronto ad accogliere qualsiasi cosa. Mi hanno insegnato a non utilizzare la gomma e ad avere sott’occhio tutto ciò che hai fatto un momento prima. Ripensamenti e modifiche arrivano dopo».
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A proposito di offerte e proposte, la scelta di tenersi lontano dalla metropoli può rivelarsi penalizzante?
«La domanda mi ronza sempre in testa quando passo tanto tempo al computer o al tavolo da disegno. Se fossi a Roma oppure a Milano sarebbe diverso? È una questione che mi ha segnato, anni fa lo chiesi ai miei maestri illustratori e art director. Mi risposero tutti che dovevo stare nel posto dove mi sentivo più a mio agio, perché anche il mio modo di lavorare ne avrebbe guadagnato. Adesso, però, guardo alla metropoli con più attenzione. Mi è capitato di trascorrere qualche settimana a Milano e ho trovato un’altra città, probabilmente perché sono cambiati la mia sensibilità e il mio orientamento nei luoghi. Sì, a trent’anni ho cominciato a pensare che sarebbe interessante inserirsi in un contesto più vivace, ricco di eventi culturali, dove poter fare un aperitivo con le persone che adesso sento solo via email. Ecco, ci sto pensando con un’intensità diversa».
Preso e perso dietro alle consegne dei progetti che le commissionano, non avverte mai il desiderio di scegliere cosa disegnare o di farlo per sé stesso?
«Assolutamente sì. Quando sono in consegna, e i ritmi si fanno molto serrati, me ne dimentico. Ma su Pinterest e sugli altri social si trovano degli artisti straordinari che ti chiamano, così arriva sempre un momento nel quale mi dico “bene, mettici anche tu del tuo e fai qualcosa”. Insomma, non vorrei essere soltanto i libri che disegno, ma un autore integrale. La sento proprio, questa spinta interiore a prendere le cose che mi piacciano per restituirle attraverso la mia creatività».
Quali storie stanno bussando alla fantasia di Gioz perché lui le disegni?
«Ho un progetto nel cassetto che sto cercando di proporre agli editori, è la storia di un gruppo di ragazzi durante l’ultima notte di una vacanza estiva. È già tutto scritto e ho abbozzato anche i capitoli disegnati. Alla Stephen King di “Stand by me”? No, l’atmosfera è notturna ma non c’è tragedia. Ecco, questo è il mio progetto a livello più avanzato, ma mi piacerebbe anche illustrare a fumetti degli adattamenti letterari. Ad esempio “Uomini e no” di Elio Vittorini, il primo romanzo sulla Resistenza, ancora modernissimo e super attuale. L’ho scoperto in prima superiore e ne sono rimasto folgorato. Sì, mi affascina l’idea di prendere una storia che amo e provare a restituirla con la mia sensibilità».