Anziani derubati con abbracci e carezze: le colpevoli sono due
Premure feroci, che nascondono la crudeltà in una carezza, accompagnate sempre da confidenze serrate per impietosire e disorientare: così le attenzioni della banda degli abbracci, specializzata nel furto di catenine e orologi, ai danni delle vittime più fragili e vulnerabili, gli anziani agganciati per strada, sotto casa o al cimitero. Delle sei donne imputate, l’8 maggio il giudice Enzo Rosina ne ha condannate due – Kostana Mesarevic a due anni e due mesi e 1.200 euro di multa, Elena Zoltan a due anni e mille euro di multa – mentre le altre quattro sono state assolte. Il pubblico ministero Paola Reggiani aveva chiesto cinque condanne per un totale di quindici anni di carcere.
A sfilacciare il processo, il “difetto di querela” (così in gergo) per alcuni degli episodi presi in esame, secondo quanto previsto dalla riforma Cartabia, e la memoria appannata di alcune tra le vittime, incapaci di identificare con certezza l’abbracciatrice truffaldina. Resta la traccia emotiva di un processo ad alto tasso d’indignazione per chi ha assistito alla sfilata delle vittime, una processione di capelli bianchi e passi affaticati, tenuta assieme dal sentimento della vergogna, come ha ricordato lo stesso pubblico ministero. «Un reato che umilia».
Tra le testimonianze più intense, è quella di Anna Maria, 79 anni, che ancora piangeva al pensiero della sua catenina. Gliel’avevano sfilata fuori dal cimitero di Gazoldo degli Ippoliti, dov’era andata a cambiare l’acqua ai fiori del marito. «Guarda che bella camicetta» l’aveva irretita una donna, accarezzandole il petto con il palmo della mano, per poi svignarsela in auto. Appesi alla collanina c’erano due medaglioni, uno con la foto del marito, l’altro con quella della mamma.