Anidride carbonica stivata sotto le valli da pesca venete: un business milionario
Pochi sanno che sotto la laguna veneta c’è una foresta amazzonica capovolta. Il fondale ha un tasso di assorbimento di anidride carbonica paragonabile a quello delle grandi foreste tropicali, con la differenza che il gas viene liberato verso il basso e non verso l’alto.
La CO² catturata non torna in atmosfera ma rimane in profondità. Proviene dalla macerazione delle alghe e delle piante acquatiche, che l’assorbono durante l’estate per fotosintesi. D’inverno questi organismi muoiono e si depositano sul fondale, dove i fanghi hanno un comportamento da sabbie mobili. È stato calcolato che i residui organici depositati sprofondano ad una media di 30 centimetri l’anno. Ad una certa profondità la CO² imprigionata per effetto della pressione si trasforma in metano.
Una ricerca dell’Università di Padova attualmente in corso mira a stabilire a quale profondità avvenga il fenomeno, ma è certo che sotto la laguna ci sono sacche enormi di gas.
Serbatoio di CO²
«Il Veneto ha il più grande serbatoio di CO² esistente in Europa, che non può essere prelevata perché altrimenti sprofonderebbe Venezia. Ma può essere venduta come “credit carbon free” alle aziende che vogliono ridurre l’attività inquinante. È un tesoro che aspetta solo di essere speso». Così parlò Mauro Doimi, l’uomo che l’ha individuato e ha trovato il modo di metterlo a disposizione.
Chi è Doimi
Doimi è un ricercatore veneziano, biologo marino, non nuovo alle cronache. Ha lavorato per anni come consulente di aziende di acquacoltura pubbliche e private, in Italia e all’estero, per la riproduzione in cattività di anguille, branzini, orate, storioni, muggini, moéche, gamberi.
Molta della sua attività si è svolta e si svolge ancora nelle valli da pesca della fascia costiera adriatica, dall’alto Friuli fino a Comacchio. Nel Veneto le tiene tutte sotto analisi, esclusa solo valle Franchetti. Le valli sono specchi d’acqua demaniali dati in concessione a privati, che praticano l’allevamento estensivo del pesce e la caccia in botte.
Mestieri antichi che seguono tradizioni secolari, ma viaggiano con prezzi odierni. Se la caccia si autofinanzia con l’affitto delle botti (per una botte si pagano decine di migliaia di euro a stagione) non altrettanto si può dire della pesca.
Il pesce di valle non teme confronti perché è allevato in libertà, ma al supermercato è battuto dalla concorrenza degli allevamenti intensivi di Grecia e Croazia, che fanno arrivare pesce cresciuto a mangime e venduto a prezzi stracciati. E i consumatori ci cascano. La qualità non basta per rendere sostenibile l’attività delle valli da pesca.
La sua avventura
Parte da qui l’avventura di Mauro Doimi con i crediti “carbon free”.
Girovagando nelle valli per fare carotaggi e analizzare la qualità dell’acqua, si è reso conto dell’enorme capacità dei fondali di assorbire diossido di carbonio. Un processo naturale favorito e amplificato dall’attività umana, che nelle valli è in atto da secoli. A confronto la laguna non gestita dall’uomo presenta fluttuazioni troppo importanti.
Doimi ha ricostruito il processo di formazione del metano e messo a punto una metodica innovativa per calcolare quante tonnellate di CO² vengono assorbite all’anno, valle per valle. Dopo di che ha spiegato ai concessionari che sono seduti su una miniera d’oro.
La laguna lavora per loro tutti i giorni, catturando anidride carbonica e gas serra dall’aria e imprigionandoli nel sottosuolo in modo irreversibile. Questo li rende proprietari di diritti che hanno un valore commerciale nel mercato delle compensazioni da carbonio.
La traduzione in euro del valore è regolata da criteri indicati da un ente di normazione italiano, che lo stesso Doimi con altri tecnici ha contribuito a creare due anni fa (Uni-Pdr 99: 2021). È questo ente che stabilisce come vanno calcolate e compensate le emissioni di gas serra e come individuare i requisiti per la generazione dei crediti di carbonio.
A voler fare delle cifre, Doimi stima una media di 300 mila euro l’anno per valle, ma con punte che arrivano a dieci volte tanto. Il controllo dell’assorbimento è fatto da centraline di monitoraggio, installate in ogni valle che inviano i dati a un ente certificatore, la Bios di Marostica. La quale tiene un registro pubblico.
Nessuno può gonfiare i numeri a casaccio.
I compratori di crediti
Il punto dolente sono i compratori. Tutto il sistema industriale sarebbe interessato perché tutti quelli che lavorano inquinano, anche solo usando energia elettrica. Perfino l’agricoltura inquina, a meno che non pianti alberi. Dopo gli accordi di Kyoto si va verso un futuro in cui o le aziende pagano perché inquinano, o trovano qualcuno che disinquina al posto loro. Già oggi scritte sui prodotti tipo “CO² compensata” o “CO² neutralizzata” o “Carbon free” significano che l’azienda ha utilizzato crediti di carbonio prodotti da altri.
Ma nel mercato volontario di questi crediti c’è chi preferisce acquistare a pochi soldi diritti non certificati da Stati esteri, soprattutto africani, dove non va certo a fare controlli la Guardia di finanza italiana. Snobbando un mercato a chilometro zero, quello delle valli da pesca, che potrebbero essere aiutate a sopravvivere.
È un giro di grosse aziende, volendo si può fare un elenco.
Altre invece acquistano i diritti dalla laguna veneta: per esempio la trentina Levico Acque, il Biscottificio Crich di Zenson di Piave, Ima Group di Gianluca Vacchi, Pasta Sgambaro di Castello di Godego, la bolognese Lamborghini Automobili. Almeno uno può andare a vedere sul posto come sono stati spesi i suoi soldi.