L’Austria era un “polipo gigante” nei versi del soldato sabotatore
Giuseppe Furlani (da non confondere con il quasi coetaneo omonimo di Pola, illustre studioso delle civiltà antiche del Medio Oriente), è noto soprattutto per la sua attività di pittore e di fotografo. Maturatosi al Ginnasio comunale Francesco Petrarca, apprende l’arte del pennello alla scuola veneziana di Augusto Sezanne e trasferisce poi in quel genere fotografico che fu detto del “pittorialismo” il gusto del paesaggio e l’attenzione al particolare pittoresco che caratterizzano il maestro.
In un’Austria in guerra che chiude il Parlamento, sospende i diritti, impedisce l’attività politica e sindacale, applica la censura preventiva, realizzando una “dittatura militare con compiti più ampi di quelli consentiti in altri paesi in guerra” (Martin Moll), chi fosse di noti sentimenti irredentisti o, semplicemente, dovesse venir allontanato dalle zone di guerra, venne deportato o, se politicamente sospetto, forzato all’arruolamento. Vestito della divisa che odiava, Furlani inizia così un lungo calvario che dalla caserma di Voitsberg, dove venne impiegato in compiti gregari e umilianti, lo porta al deposito ferroviario di San Sabba con il compito di scaricare, pulire e caricare, con una squadra di commilitoni istriani e dalmati, i vagoni ferroviari che affluivano, carichi di letame, da varie parte dell’Impero e che ripartivano con destinazione Tirolo, Carinzia e Stiria, le regioni più fedeli.
Poi poco prima di Caporetto, è spedito sul fronte dell’Isonzo, in una compagnia di punizione a scavare trincee, sotto il fuoco dei fanti italiani e quindi in Moravia, in quella Marisch-Weisskirchen il cui collegio militare avevano frequentato Rilke e Musil, ma, nel suo caso, in un lazzaretto, anticamera del cimitero. Qui viene salvato dalla morte per inedia da un’inserviente, che vede in lui l’immagine del figlio prigioniero in Italia: “No - diss’ella/ non rivedrò mio figlio./ Tu, tu rivedrai tua madre,/ Tu rivedrai l’Italia!.../ Chinò la fronte/ e chiuse le azzurre e meste pupille”.
Francesco Babudri (Trieste 1879, poi dal 1931 a Bari ove si spense nel 1963), di qualche anno più anziano e di analoghi sentimenti irredentisti, suo primo biografo e prefatore del volume di poesie, Passione Irredenta (Cappelli, 1927) di cui ci apprestiamo a parlare, lo colloca in quella categoria di soldati “pomigadori”, il cui modello più noto è stato lo Švejk creato dalla fervida fantasia di Jaroslav Hašek. Ma quei guai che Švejk, uomo bonario e fedele all’Imperatore, provoca per dabbenaggine, sono invece, presso i “pomigadori” giuliani, veri e propri atti di resistenza passiva e sabotaggio. Si legge qui in controluce la leggenda del “demoghéla”, ovvero quella fama di soldati indolenti se non proprio ostili nei confronti della Doppia Monarchia che ha accompagnato gli uomini del 97° reggimento di fanteria, mandato allo scoppio della guerra sul fronte russo. Una nomea funzionale alla visione della popolazione italiana della Venezia Giulia tutta compattamente anti-asburgica, ma che l’indagine storica ha dimostrato falsa.
A riguardo di Furlani tuttavia, se vogliamo credere alle poesie e al biografo, la leggenda non pare troppo lontana dal vero. Fu in effetti un sabotatore per amor di Patria, quella italiana che non era riuscito a raggiungere varcando il confine nei primi mesi del 1915, risoluto a manifestare il suo odio verso l’oppressore cercando di dare alle fiamme, cosa che spesso gli riuscì senza suscitare sospetti, quei carri merci di cui doveva curare l’efficienza. Della sua odissea in feldgrau lascia testimonianza in una raccolte di poesie, liriche mai più riproposte e condannate quindi al polveroso esilio delle biblioteche, ma la cui pubblicazione venne positivamente salutata da Silvio Benco, sul “Piccolo” dell’ottobre 1927, che vide in Passione Irredenta, un “libro unico”, tanto per la capacità di rivelare un “ignorato retroscena della storia” che per la “traboccante sincerità” e da Willy Dias sul “Caffaro” di Genova che scrisse di lui come del poeta dell’ultima fase dell’irredentismo.
La forma della silloge è originale: le 23 poesie, con indicazione in calce del luogo e dell’anno di composizione, sono inframmezzate dai contestualizzanti commenti del curatore, che sottolinea il valore innanzitutto autobiografico della poesia di Furlani. Ben oltre la tradizione ottocentesca, il poeta mira a un verso libero, di forte pregnanza emotiva, già sulla soglia dell’espressionismo, ancorché ingessato da un lessico aulico che rende difficile una fruizione empatica. Tra l’invettiva (“E l’Austria degli Absburgo,/ polipo gigante/ pezzato di giallo e di nero/ Che s’abbevera del sangue/ di cento popoli dannati”), la consapevolezza di un dovere di testimonianza (“O fratelli di Wagna/ di Katzenau, di Pottendorf/ di Lebring, Voitsberg, Radkersburg/ e di cent’altre nostre/ tragiche bastiglie/ poss’io ricordar, benché li sappia/ i vostri inenarrabili tormenti/ in questi luoghi maledetti?/ / Come nere bare galleggianti/ stan qui i nostri baraccamenti/ sulla gialla guazza tedesca”), il ripiegamento malinconico, che lascia intravvedere, nel profilo di un mostro in agguato, le baracche dove i deportati consumavano la vita (“Cala la notte. /Nell’arco del cielo ascende la luna/ velata dalle nebbie stiriane./ Nel cielo, gigantesca si profila/ come una piramide, / la sagoma del mostro./ È la nera baracca”), la poesia di Furlani, non esce mai dal cono d’ombra di una quotidianità di desolazione e abbandono.
Una sfilata di quadri tenebrosi, senza spiragli di speranza, come il destino dei soldati dell’Arbeitsbataillon, destinati a morte probabile perché obbligati a rinforzare i reticolati di faccia alle trincee nemiche descritti in una delle liriche più disperate della raccolta: “O tristi giorni!/ O tristi notti!/ Quando la sera imbruna/ passano i miei fratelli di dolore./ Son lunghe file,/ e salgono, e salgono/ l’erte sassose dei monti./ Van curvi per i camminamenti/ che san la morte,/ che la morte sanno,/ per le ridotte che l’inferno costrusse”.