La storia di Micaela Coletti, sopravvissuta del Vajont: «Un’altra diga qua? Vuol proprio dire che contano solo soldi e potere»
Micaela Coletti, la bambina che in una notte maledetta divenne una sopravvissuta. Abitava a Longarone, vicino alla chiesa, e la sera del 9 ottobre 1963 stava aspettando il bacio della buonanotte della mamma, quando arrivò l’onda che si portò via tutto. Micaela ha perso i genitori, la nonna, una sorella. Oggi arranca nella sua vita amputata che la lega indissolubilmente al dramma e non si capacita di come ancora qualcuno voglia costruire dighe sopra le croci. Dunque anche lei è contro la diga del Vanoi, che la Regione Veneto vorrebbe realizzare per contrastare la crisi idrica. Un’opera mastodontica in grado di accumulare 40 milioni di metri cubi di acqua, a strapiombo sulla piana di Fonzaso. Il presidente Luca Zaia ha già inviato le carte al ministero delle Infrastrutture, nell’ambito del piano anti siccità da 2 miliardi di euro. La Provincia autonoma di Trento è insorta, il professor Luigi D’Alpaos ha criticato aspramente il piano. Dopo la politica e la scienza, ora anche le lacrime di una bambina amputata. Una bambina di 72 anni.
Micaela Coletti, dunque anche lei è contraria alla costruzione della diga del Vanoi?
«Io non sono una scienziata, ma mi limito a dire che sto pagando ancora oggi, dopo 60 anni. Non me la sentirei mai di rassicurare altre persone su un’opera come quella. La natura dava segnali ma gli interessi erano grandi. Sessant’anni fa se ne fregarono, e oggi?».
Non pensa che essendo passato tutto questo tempo le misure di sicurezza siano magari cambiate? La tragedia del Vajont potrebbe davvero aver insegnato qualcosa, su questo fronte.
«La diga del Vajont era la più alta al mondo. Persone intelligentissime la realizzarono ma finì come tutti sappiamo. Evacuarono Erto e Casso, non Longarone. Quindi non me la sento di dare fiducia».
Però l’emergenza c’è e bisogna trovare un modo per accumulare acqua da usare nei periodi di siccità.
«Andiamo sulla luna, programmiamo i viaggi su Marte e davvero siamo ancora fermi alle dighe? Non c’è altra soluzione? Questo non capisco e mi fa incavolare. Poi le dighe cascano e chi le progetta vive a Roma o magari a Firenze».
Pensa che questa sua posizione possa smuovere la coscienza di chi decide?
«Davanti al potere e ai soldi, le persone non contano niente. Noi sopravvissuti viviamo questo dramma da 60 anni e ogni anno dobbiamo accettare la scenetta di chi viene a leggere quattro sciocchezze scritte da altri su un foglio. Io avevo 12 anni, sono viva solo perché una mano e un piede emergevano dal fango. Ero talmente ridotta male che inizialmente mi scambiarono per un’anziana».
Se ne avesse l’opportunità cosa direbbe al presidente Luca Zaia?
«Sono una persona troppo educata… ».
Micaela, la prego.
«Diciamo che ormai non sopporto più il loro disinteresse. Per loro esiste solo il 9 ottobre ma bisogna vivere in questi luoghi per capire. Bisogna parlare con la gente, per avere un quadro completo. Guardate oggi Longarone, è un paese fantasma, manca tutto, le radici sono state strappate. Ma bisognerebbe essere lì per capire il dolore di chi è rimasto».
Quindi, tornando al problema centrale, come bisogna combattere la crisi idrica se nessuno vuole la diga?
«La siccità c’è ogni estate, così come le alluvioni. Perché solo i bacini di raccolta non possono essere la soluzione? Pensiamo a un sistema di laghi. Non è che ogni volta che l’acqua scarseggia si debba costruire una diga. Mi sembra davvero una decisione folle. Per altro, dal punto di vista ambientale, quanta natura bisogna distruggere per fare una diga? Ma sa cosa manca davvero nella nostra società?».
Cosa?
«La coesione, la capacità di mettersi nei panni degli altri. Io ho imparato a nuotare nel Piave, oggi ci si bagna a malapena i piedi. E come se non bastasse, eccoli a pensare a un’altra soluzione in stile Vajont».
Lei quella notte perse quasi tutta la famiglia. Com’è proseguita poi la sua vita?
«Eravamo in otto, una bellissima famiglia con cinque figli e nonna in casa. Mio padre Sergio Coletti lavorava alla diga, poi c’erano mia madre Giacomina Filippin, la nonna Annita, mia sorella Leila. Hanno riconosciuto solo mio padre, perché aveva il documento in tasca. Gli altri non so nemmeno dove siano finiti. La mia vita poi è proseguita a singhiozzo. A 18 anni ho sposato un uomo più grande di me, perché la mia professoressa diceva sempre che avrei dimenticato la tragedia costruendomi una famiglia. Non era vero e, anzi, anche il mio matrimonio è finito. Sono comunque madre di due figli. Dal punto di vista lavorativo, invece, sono stata segretaria nell’azienda di mio marito e poi sono finita a fare le pulizie nei condomini».
Secondo lei oggi c’è un problema di memoria rispetto a quella tragedia?
«A parte il 9 ottobre, nel resto dell’anno se ne parla poco. Invece il Vajont dovrebbe entrare nei libri di storia, bisognerebbe cominciare a studiarlo dalle elementari. Io sono responsabile del comitato dei sopravvissuti, giro le scuole della regione. L’unico paese che non ci chiama mai è proprio Longarone». —
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