Primo maggio dedicato a Wärtsilä, tremila in corteo a Trieste, ma le piazze si dividono
TRIESTE «Siamo in piazza a dire che ci siamo. Forse cambierà poco, ma ci godiamo questo momento di incontro e di scambio che ci fa sentire meno soli. Peccato però questa divisione delle piazze».
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Marcella fa l’insegnante precaria e riassume con tre pennellate il senso del Primo maggio a Trieste. In una calda giornata di primavera sfilano in tremila, ma il corteo è spaccato a metà dalle camionette della polizia e a un certo punto si divide.
Cgil, Cisl e Uil terranno il comizio in piazza Unità, gli antagonisti si dirigeranno in piazza della Libertà e lo spezzone No green pass concluderà in piazza della Borsa.
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Campo San Giacomo è come da tradizione il punto di ritrovo per tutti. Il serpentone dei lavoratori viene aperto dalle bandiere storiche dei tre sindacati confederali e dallo striscione dei dipendenti Wärtsilä. Seguono le varie componenti di Cgil, Cisl e Uil, poi Rifondazione comunista e Adesso Trieste. Nessuna presenza organizzata del Pd, ma si fanno vedere la deputata Debora Serracchiani, la senatrice Tatjana Rojc e il consigliere regionale Francesco Russo.
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Il clima è quello di sempre. I vessilli dei confederali sventolano, militanti vendono i garofani rossi per fare di autofinanziamento, gruppi extraparlamentari propongono i loro giornali e le facce sono sorridenti, anche fra quei lavoratori che per primi si mettono in cammino pensando forse al proprio futuro, mandato in bilico dalle crisi industriali di Wärtsila e Tirso. Solo le ultime di questo territorio.
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Dopo le polemiche dei giorni precedenti non si registrano tensioni di sorta. Colpisce quanto il corteo di Cgil, Cisl e Uil marci silenzioso, senza slogan, fischietti e colpi di tamburo. Ben diverso il clima che si respira 500 metri più indietro: se davanti il sound system fa ascoltare Bella ciao, Battisti, De Andrè e Dargen D’Amico, gli antagonisti e l’Usb sparano a palla il punk dei Sex Pistols.
Il cosiddetto spezzone sociale si porta in spalla le bandiere rossonere degli anarchici e pure quelle curde e palestinesi. Una ragazza lancia gli slogan col megafono, si accendono fumogeni colorati e partono cori contro i sindacati tradizionali.
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Il corteo si ingrossa strada facendo. Parte non numerosissimo, ma in piazza Garibaldi, via Carducci e piazza Oberdan le file si gonfiano. Alla fine la Questura conta 2.500 partecipanti al segmento di Cgil, Cisl e Uil, 400 al cosiddetto spezzone sociale e 100 nella componente No green pass.
«Il lavoro è dignità e va tutelato», dice da dietro gli occhiali a specchio Cristian, mentre passeggia dietro lo striscione di Wärtsilä. È un impiegato della multinazionale: ci lavora da vent’anni e ancora non sa se il suo numero andrà conteggiato fra gli esuberi o i salvati. «Attendiamo con fiducia una svolta – continua – ma il governo deve monitorare la situazione e accompagnare la trattativa».
Poco più in là Gabriela ti mette in mano una finta banconota: c’è stampato che «sotto i 10 euro è sfruttamento» e che bisogna battersi per il salario minimo. Nicoletta la butta sul nostalgico, con la sua vecchia bandiera rossa: «È quella della sezione del Pci di Borgo San Sergio. Son cresciuta a pane e comunismo io. Credo più in questo falce e martello che nella politica di oggi». La maggioranza affluisce in piazza Unità, dove si tiene il comizio dei confederali.
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Per la Cgil Renato Kneipp saluta in italiano e sloveno «i lavoratori di Wärtsilä che da mesi si battono per il posto di lavoro: dobbiamo stare tutti al loro fianco, perché il futuro di Trieste non può reggersi solo sul turismo».
La Rsu di Wärtsilä schiera sul palco un rappresentante per ciascuno dei tre sindacati, ma le sigle non hanno trovato un accordo su chi far parlare in rappresentanza dei dipendenti e dunque non interviene nessun lavoratore.
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Della vertenza triestina parla anche il segretario nazionale Cisl Andrea Cuccello, cui spetta la chiusura del comizio: «Cambiamento significa non avere in futuro crisi aziendali che devono aprire i cortei per ricordare il dramma dei lavoratori e delle loro famiglie. La crisi Wärtsilä è un emblema. Un’azienda sana, gestita da una multinazionale che decide di chiudere non pensando alla sofferenza che crea alle maestranze e al territorio. Il governo precedente e l’attuale, i sindacati, Regione, Confindustria: sono tutti d’accordo che l’azienda vada salvata. Ma ancora non ci sono risposte concrete e questa piazza oggi ribadisce che va trovata una soluzione che salvaguardi tutti i lavoratori e dia una prospettiva industriale allo stabilimento». Cuccello sottolinea il valore della «Costituzione antifascista fondata sul lavoro» e chiede «riforme capaci di attuarne i principi a partire dalla giustizia sociale: vogliamo tutela dei redditi dall’inflazione, rinnovi contrattuali nei settori pubblici e privati, la riforma del fisco con una forte riduzione del carico sui lavoratori, tassazione di extraprofitti e rendite finanziarie, finanziamento al sistema pubblico per garantire il diritto alla salute e all’istruzione. E basta con queste maledette morti sul lavoro».
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La piazza ha un’età media alta, ma è sempre variegata. Bashir agita una bandiera della Cisl assieme ad altri lavoratori stranieri: «Vengo dalla Somalia e sono educatore in una cooperativa che segue i minori non accompagnati. Questa giornata è stata costruita da tanti prima di noi e continuiamo a ricordare». Elisabetta ha la sua età, ma si porta dietro una bella chioma color viola: «Oggi è importante essere qui, anche contro questo governo di destra». Troppo pochi per Lucia: «Con una situazione politica così grave, non può esserci così poca partecipazione. E poi i giovani dove sono?».
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Non saranno tantissimi neppure loro, ma i giovani in piazza Libertà sono la quasi totalità. Gli “antagonisti” hanno oggi l’anima fluida degli anarchici, dei collettivi queer, dei Fridays for future, del collettivo Burjana e dell’Usb. Al banchetto del Germinal Sara vende libri sull’anarchismo: «Tutto va a rotoli e dobbiamo riprenderci il diritto alla lotta.
Corteo diviso? La suddivisione degli spezzoni l’ha imposta la Questura, mentre è giusto aver concluso in piazze diverse: basta coi sindacati pronti a firmare accordi peggiorativi alle spalle dei lavoratori».
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Nel frattempo il segretario dell’Usb Sasha Colautti tiene il suo comizio: attacca Cgil, Cisl e Uil per aver fatto partire i motori dei sudcoreani da Wärtsilä, accusa «il governo postfascista» di voler «distruggere il quadro sociale» e prende le distanze dalla «guerra fra blocchi imperialisti». Da un furgone spuntano le birre: sono calde ma si bevono lo stesso, mentre un’orchestrina balcanica improvvisa il suo piccolo concerto.
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