Condannato a 15 anni per la morte dell’amico: «Nessuna prova», si rifarà il processo d’appello
VELLEZZO BELLINI. "Troppo spesso" le persone rimangono "vittime di situazioni davvero kafkiane", come "lo è Nicola Alfano nelle vesti di Joseph K.", ossia il protagonista de 'Il processo'. Lo ha scritto il sostituto pg di Milano Cuno Tarfusser che - come accade raramente dal fronte dell'accusa - ha presentato ricorso contro la condanna per omicidio volontario a 15 anni, confermata in appello, a carico di Alfano, un visagista accusato di avere ucciso l'amico Bruno Lazzerotti, simulando un incidente d'auto in una roggia nelle campagne di Vellezzo Bellini. E la Cassazione, accogliendo l'impugnazione del pg, secondo il quale si trattò di omicidio colposo, ossia proprio di un incidente, ha annullato la sentenza, ordinando un nuovo processo di secondo grado.
Lazzerotti, 78 anni e vedovo, aveva iniziato a frequentare una donna e, secondo l'accusa, la paura di perdere l'eredità da circa 5 milioni di euro sarebbe stato il motivo per cui Alfano, 49 anni, legato da una lunga amicizia con il pensionato e di cui era erede, lo avrebbe affogato in una roggia nel Pavese, fingendo che l'auto su cui i due viaggiavano fosse finita nel canale.
La condanna a 15 anni emessa del gup di Pavia era stata confermata in appello a Milano lo scorso luglio. Il pg aveva invece chiesto meno di 2 anni per omicidio colposo e ha poi proposto ricorso in Cassazione.
Ricorso nel quale scrive di essere andato di persona a fare una "ispezione dei luoghi" che nessun giudice del procedimento ha mai fatto. La condanna, per il pg, è stata "frutto, non della valutazione delle prove" che "non ci sono", ma solo del "giudizio di inverosimiglianza della versione" dell'imputato.
Nell'atto lo stesso pg ha segnalato, tra le molte altre cose, che il 9 giugno 2020, dopo quasi un anno dalla morte dell'anziano, la Procura emise un decreto di intercettazioni "d'urgenza". Intercettazioni che hanno portato la Procura, ma anche i giudici, a concludere che "proclamarsi innocenti", come faceva l'uomo al telefono, "equivale a dichiararsi colpevoli". Negli atti, ha ribadito il pg, non vi sono prove "al di là di ogni ragionevole dubbio".