Nella scuola dove «Casco» l’asino
Non scherzo, è successo al liceo artistico Caravaggio di Milano. Basta leggere questa notiziola, rimasta confinata nelle cronache locali (ma non sfuggita all’occhio attento del nume tutelare), per capire a che cosa è ridotta oggi la scuola. Lunedì 27 febbraio, infatti, gli studenti del «Caravaggio» hanno occupato il loro istituto per la quinta volta da gennaio. Avete letto bene: quinta occupazione da gennaio a oggi. E già la frequenza con cui hanno fatto saltare le lezioni per imporre la loro «didattica alternativa, trasversale e funzionale» (qualsiasi cosa ciò significhi) e «con un approccio che incoraggi il confronto» (tradotto: si fa baldoria), la dice lunga sulla loro idea di scuola. Ma non è ancora niente rispetto alle motivazioni con cui viene presentata l’ultima occupazione: gli studenti, infatti, dichiarano di ribellarsi contro le «sanzioni repressive» (le definiscono così) della preside che ha osato immaginare (pensate un po’) l’ammonizione scritta e perfino la sospensione per chi occupa la scuola. «Siamo costretti a manifestare», spiegano i ragazzi ai giornalisti della cronaca milanese di Repubblica. Si capisce: sono costretti. Del resto, come non capirli? Tu occupi una scuola, ti impadronisci di un bene pubblico, ci bivacchi dentro, impedisci a chi vuol studiare di farlo (chiedere ai colleghi del liceo Manzoni di Milano o dell’Einstein di Torino per informazioni), magari sfasci qualcosa, fai un po’ di casino, sporchi tutto, violi le regole sapendo di farlo, e quella repressiva della preside, anziché applaudirti e complimentarsi, osa immaginare una sanzione? Addirittura «un’ammonizione scritta»? Ma come si permette? «Questo sistema ci opprime». Chiaro: li opprime. E poi questo sistema, oltre a opprimerli, non è abbastanza «antifascista». O meglio: è fascista. In effetti: dare un’ammonizione scritta (leggasi: nota sul diario) a uno che sta occupando la scuola è da sempre un chiaro segno dell’avanzata delle truppe mussoliniane. Anche nel 1922, come è noto, la marcia su Roma avvenne a suon di note sul diario...
Per altro i ragazzi del liceo Caravaggio, guidati dal collettivo Casco (così si fanno chiamare), hanno un’idea chiara di come dev’essere la scuola. Non è importante che insegni la grammatica e la matematica, macché: è importante che «dia la possibilità di sviluppare e portare avanti le nostre passioni e necessità», che «insegni a salvaguardare il nostro futuro e a proteggere gli ecosistemi» e che sia «capace di garantire un’educazione sessuale volta al piacere e al consenso» e che «non reprima la nostra sessualità». Insomma, amore libero fra i banchi, cosa per cui per l’appunto sono particolarmente indicate le occupazioni, al contrario dell’algebra e della geometria che mal si conciliano con l’«educazione sessuale volta al piacere». Ma soprattutto i ragazzi vogliono una scuola in cui loro possano protestare finché vogliono e chi subisce la protesta li applaude. Non è meraviglioso?
È la rivendicazione del diritto alla rivolta con annessa bambagia. Ora: io ho molti dubbi sul fatto che la scuola debba «garantire l’educazione sessuale volta al piacere» e che abbia fra i suoi principali compiti quello di «portare avanti le passioni e le necessità» dei ragazzi. Credo, al contrario, che la scuola debba insegnare a vivere, anche introducendo concetti strani come fatica, impegno, disciplina, rispetto delle regole e degli altri, e penso che per ottenere tutto ciò non si possano soltanto compiacere «le passioni e le necessità» dei ragazzi. Altrimenti sarebbe difficile distinguere la scuola da un pub o da una discoteca. Ma soprattutto non capisco come questi aspiranti ribelli, che si fanno chiamare «collettivo Casco» e occupano cinque volte in un mese la scuola, non si rendano conto che pretendere la rivolta contro il sistema con l’applauso incorporato del sistema medesimo è più ridicolo della loro didattica «trasversale e funzionale». Per carità: se vogliono infrangere le regole, occupare, contestare lo facciano. Ma senza chiedere la benedizione della preside. E senza frignare se si beccano un’ammonizione scritta. n
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