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‘Ndrangheta, colpo alla cosca Piromalli: 49 arrestati tra cui un prete. L’intercettazione: “Hanno deciso di avallare la strage di Stato con i siciliani”

“Sei il primo che ti sto dicendo questa cosa che non la vorrei nemmeno dire… Pino e compagnia bella li hanno messi all’epoca nella commissione per le stragi di Stato insieme … insieme a ‘Testuni”. Pino è Piromalli detto “Facciazza”, il mammasantissima della famiglia di ‘ndrangheta di Gioia Tauro che, dal maggio 2021, è libero dopo 22 anni di carcere. “Testuni” è Nino Pesce, il boss di Rosarno condannato in Cassazione nel processo “All inside”. A parlare, invece, è Francesco Adornato detto “Ciccio u biondu”. Per i magistrati della Dda di Reggio Calabria, guidati dal procuratore Giovanni Bombardieri, non è “un quisque de populo ma un soggetto particolarmente titolato”. È un uomo dei Piromalli ma anche un “navigato esponente della ‘ndrangheta, condannato in via definitiva” per associazione mafiosa “negli anni 90, dunque proprio nel periodo di attuazione della cosiddetta ‘strategia stragista’”. L’intercettazione è stata registrata dai carabinieri il 17 gennaio 2021 ed è agli atti dell’inchiesta “Hybris” che stamattina ha portato all’arresto di 49 persone (34 in carcere e 15 ai domiciliari) e al sequestro di beni per circa un milione di euro.

LUCI BLU A GIOIA TAURO, SCATTA L’OPERAZIONE “HYBRIS”: IN CARCERE LE PRIME FILE DEI PIROMALLI-MOLE’ – All’alba i lampeggianti dei carabinieri hanno illuminato di blu Gioia Tauro. Nel blitz, infatti, sono finiti boss e luogotenenti delle cosche Piromalli e Molé, le due famiglie di ‘ndrangheta che, a distanza di 15 anni dall’omicidio di Rocco Molé e alla vigilia della scarcerazione Pino Piromalli detto “Facciazza”, si sono riavvicinate. Una pace suggellata in un summit organizzato il 3 dicembre 2020 all’interno del cimitero dove si è discusso delle dinamiche e degli equilibri mafiosi tra i due clan e della ripartizione delle estorsioni. Con l’operazione di oggi, che è il seguito dell’inchiesta “Mala Pigna”, il pm Paola D’Ambrosio contesta numerosi reati: dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al concorso esterno con la ‘ndrangheta passando per due tentati omicidi, numerose estorsioni, porto e detenzione di armi comuni e da guerra, danneggiamento seguito da incendio, turbata libertà degli incanti e importazione internazionale di droga. In carcere sono finiti i maggiorenti delle due cosche. Se “la famiglia”, come vengono chiamati i Piromalli, ha incassato l’arresto di Girolamo Piromalli detto “Mommino” (ritenuto la figura apicale del clan), Salvatore Copelli, Aurelio Messineo, Francesco Cordì, Rocco Delfino detto “U Rizzu”, Arcangelo Piromalli, Cosimo Romagnosi e Antonio Zito detto “u Palisi”, per i Molé il gip Stefania Rachele ha disposto l’ordinanza di custodia cautelare per Antonio Molé detto “u Jancu”, considerato il reggente della consorteria, e per Ernesto Madaffari alias “u Capretta”.

MOGLIE E FIGLIA DEL BOSS “FACCIAZZA” AI DOMICILIARI ARRESTATI ANCHE UN FINANZIERE E UN SACERDOTE – Agli arresti domiciliari con l’accusa di estorsione sono finiti anche Maria Martino e Grazia Piromalli, rispettivamente moglie e figlia del boss Pino “Facciazza”. La prima si sarebbe fatta consegnare da due imprenditori un piatto doccia, due condizionatori e una caldaia che le servivano perché stava ristrutturando casa in vista della scarcerazione del marito. Una terza vittima, invece, è stata costretta a consegnarle diversi quintali di legna da ardere. Grazia Piromalli avrebbe avuto un ruolo in un’altra estorsione in cui un soggetto, non identificato, avrebbe consegnato alla cosca una mazzetta da 25mila euro. Agli arresti domiciliari, inoltre, è andato pure un finanziere, Salvatore Tosto, che, assieme alla moglie (indagata), è accusato di aver rivelato a un uomo del clan, Cosimo Romagnosi (arrestato), l’esistenza di un’indagine a suo carico. Il gip ha disposto i domiciliari pure per un prete: sono scattate le manette, infatti, per don Giovanni Madafferi, parroco della chiesa “Santa Maria Assunta” di Castellace. Per la Dda avrebbe attestato “falsamente, in certificati destinati a essere prodotti all’autorità giudiziaria, qualità personali, rapporti di lavori in essere o da instaurare relativi ad un soggetto imputato che avrebbe in tal modo dovuto beneficiare dell’affidamento in prova”.

KALASHNIKOV E DROGA, GIP: “CONSORTERIA OLIATA E SISTEMATICA ATTIVITA’ ESTORSIVA” – “Il quadro che restituisce l’indagine – si legge nelle carte – è quello di una consorteria di ‘ndrangheta perfettamente oliata e funzionante, impegnata nello svolgimento di attività tradizionalmente mafiose, quali in primis le estorsioni”. Non è un caso che, nell’ordinanza di arresto, il giudice per le indagini preliminari ha sottolineato “la sistematica attività estorsiva ai danni degli imprenditori”. L’inchiesta ha consentito al procuratore Bombardieri e al pm D’Ambrosio di ricostruire gli assetti funzionali dei Piromalli e dei Molé, facendo luce non solo sulle estorsioni ma anche su altri settori di interesse della ‘ndrangheta che controllava il mercato del pesce di Gioia Tauro e regolava la gestione immobiliare della zona industriale del porto: chi non era gradito non poteva partecipare alle aste giudiziarie per l’assegnazione degli immobili. Affari ma anche potenza di fuoco. Dalle risultanze investigative è emerso, inoltre, che i Piromalli avevano disponibilità di armi anche da guerra.

“L’altro giorno per scherzo… – dice, infatti, l’indagato Vittorio Minniti in un’intercettazione – quando ho aperto il bidone… ho trovato qualche dieci pezzi… non sapevo nemmeno che liavevo posati… L’altro giorno ne ho aperto uno… un bidone… l’ultimo che ho aperto l’altro giorno… c’erano cinque kalashnikov… con il doppio caricatore”. Secondo gli inquirenti, nell’arsenale c’era pure una mitragliatrice Uzi di fabbricazione israeliana. Armi d’assalto e droga a fiumi. Quest’ultimo traffico sarebbe stato gestito dai fratelli Domenico e Cosimo Romagnosi, ufficialmente venditori di frutta e verdura ma in realtà due affiliati dei Piromalli ai quali i carabinieri hanno sequestrato nel giro di poche settimane oltre mezza tonnellata di cocaina proveniente dal Sudamerica: 298 chili sono stati intercettati al porto di Santos, in Brasile, mentre altri 216 chili sono stati bloccati al porto di Gioia Tauro.

STRAGI DI STATO: IL VIA LIBERA DEI CALABRESI MA LUIGI MANCUSO “PESTA I PIEDI” AI SICILIANI – “Pesce, in proprio ed in nome e per conto di Piromalli, aveva votato a favore della partecipazione alle stragi anche da parte della ‘ndrangheta”. Il boss di Limbadi Luigi Mancuso, invece, “avrebbe votato contro” le stragi che “erano dirette all’eliminazione del regime di carcere duro”. E ancora: “Si progettava di arrivare ad assassinare un ministro e fare un colpo di Stato”. Se le indagini dei carabinieri hanno stroncato la cosca Piromalli fotografando non solo gli affari illeciti del clan ma anche la pace con gli storici alleati Molé, è senza dubbio l’intercettazione del “navigato esponente della ‘ndrangheta” Francesco Adornato ad aprire uno squarcio sulla stagione stragista che ha insanguinato l’Italia nella prima metà degli anni novanta. Adornato non è indagato nell’inchiesta “Hybris” ma le sue parole hanno conquistato il titolo di un capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare dove, nero su bianco, il gip riassume la sua conversazione con Giuseppe Ferraro (arrestato oggi) e scrive che il boss Pino Piromalli detto “Facciazza” “aveva composto la ‘commissione’ costituitasi per decidere se la ndrangheta calabrese avrebbe dovuto partecipare o meno alle stragi di Sato attuate dalla mafia siciliana”.

Alla vigilia della camera di consiglio della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, quindi, l’intercettazione del 2021 conferma l’impianto accusatorio del processo “’Ndrangheta stragista” che, in primo grado, si è concluso con la condanna del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e di Rocco Santo Filippone, espressione dei Piromalli, per i quali il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nei giorni scorsi ha chiesto la conferma dell’ergastolo. Parlando con il suo interlocutore, in sostanza, Giuseppe Adornato si lamenta della lunghissima detenzione a cui è stato sottoposto il boss Pino “Facciazza”: “Non lo so perché non sta uscendo… furbescamente io i conti me li faccio senza che mi dice niente nessuno… penso che vogliono tirare la corda… questo è già dal novanta che covava…”.

Adornato la prende larga, collega tutto al placet dei calabresi alle stragi e poi arriva al dunque spiegando – si legge nell’ordinanza – “che la ‘commissione’ (al quale consesso però Pino Piromalli non aveva personalmente partecipato in quanto aveva delegato in sua vece Antonino Pesce detto ‘Nino u Testuni’) aveva deciso di ‘avallare’ le stragi di Stato, condividendo la politica del terrore e stragista proposta dalla mafia siciliana”. Queste le parole di Adornato: “Gli dice che nella commissione che doveva … che hanno deciso di avallare la strage di Stato con i siciliani … Pino Piromalli non c’era …. ma che lo avrebbe rappresentato Nino Testuni… è stato a suo tempo Nino Testuni che avrebbe risposto anche per lui… guarda come ti dico che certe volte per quanto riguarda lui no… siccome che c’è un articolo maledetto… questo è un articolo maledetto Pino che trova spazio per farsi le ragioni in un magistrato… Pino ha sempre un attenuante perché nella commissione che hanno deciso di mettersi a fianco dei siciliani … e compagnia bella non c’era”.

“Facciazza”, quindi, non c’era a quella riunione con i siciliani ma al suo posto, alla riunione al Saionara di Nicotera, avrebbe parlato il boss di Rosarno: “Gli dice Piromalli è assente … ‘Testuni’ … dice questo signor Pesce che lo chiamano ‘Testuni’ questo si è messo avanti gli ha detto … e ha sostenuto che bisogna attuare le stragi di Stato”. Il contenuto della conversazione registrata dai carabinieri e, soprattutto, il riferimento che Pino Piromalli alla riunione di Nicotera aveva delegato Nino Pesce riscontrano le dichiarazioni del pentito Franco Pino rese nel 2018 in un’aula di tribunale. Se il boss “Testuni”, anche per conto dei Piromalli, ha votato a favore della partecipazione della ‘ndrangheta alle stragi di Stato, stando alla versione di Adornato, c’è chi “ha pestato i piedi” ai siciliani: il boss di Vibo Valentia Luigi Mancuso detto il “Supremo”: “Luigi… in questa commissione al Saionara gli dice che lui non è d’accordo… perché gli dice Luigi… noi dobbiamo trattare con questi personaggi, gli ha detto, non dobbiamo andare a sparare… per quale motivo”. “E chi la vince la guerra… con lo Stato vinci la guerra”. È retorica la domanda dell’indagato Giuseppe Ferraro che ha esaltato la lungimiranza di Mancuso, “certo che da una ‘guerra frontale con lo Stato – si legge nell’ordinanza – la ‘ndrangheta come qualsiasi organizzazione mafiosa, non sarebbe potuta uscire vittoriosa”. Ed è a questo punto della conversazione che Francesco Adornato dà ragione al suo interlocutore e commenta che “la ‘ndrangheta, all’epoca, – riassume il gip -non aveva interesse a insinuarsi in una situazione così plateale creata per giunta dalla stessa mafia”.

Alla fine il via alle stragi lo danno anche i calabresi: “No, ma quelli dicono ma noi … ma noi perché ci dobbiamo imbrattare dici Luigi dice va bene … dice noi dobbiamo dare ascolto ai siciliani … loro hanno voluto l’Antimafia … perché l’Antimafia... poi addirittura siccome che i privilegi loro non li possono avere e ce l’hanno messa in culo anche a noi con il 41 bis ora ci dicono loro di ammazzare… un Ministro… prima di fare il colpo di stato… ma quando mai… allora capisci com’è il fatto… ricordati che queste cose qua quando si fa un consiglio sopra una persona… poi distinguono, dicono se era per questo…”.

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