Bitcoin, l’oro digitale inquina come un allevamento intensivo
Il mining delle criptovalute sarà anche una nuova frontiera del business, ma sicuramente non è green, almeno non quanto l’estrazione fisica di altre materie prime. Il danno ambientale della produzione di bitcoin è pari in media al 35% del suo valore di mercato negli ultimi cinque anni.
Il danno sproporzionato del Bitcoin al clima deriva dalla sua dipendenza da un processo informatico per la verifica delle transazioni: il Bitcoin, se dovessimo fare un paragone con le materie prime, è meno “oro digitale” e più “carne digitale”. A suggerirlo è uno studio pubblicato da Scientific Report che spiega come la criptovaluta abbia un impatto sul clima superiore a quello dell’estrazione dell’oro e al livello dell’estrazione di gas naturale o dell’allevamento di capi di bestiame per destinati alla macellazione.
La ricerca è stata realizzata dall’Università del New Mexico. Il team, guidato da Benjamin Jones, ha valutato le conseguenze negative sull’ambiente provocate dalla produzione della valuta digitale e ha valutato il costo climatico di varie materie prime come porzione del loro valore di mercato complessivo. Stando a quanto emerge dall'indagine, tra il 2016 e il 2021 i danni ambientali legati all'estrazione di criptovalute sono aumentati di 126 volte, con ogni moneta che generava 11314 dollari di conseguenze climatiche.
L’industria del carbone causa danni all’ambiente quasi pari all’intero valore del mercato sostenuto, un rapporto del 95%. Altre materie prime, come la produzione di carne suina, generano impatti climatici enormi in termini assoluti, però questo avviene in virtù di un mercato estremamente grande e in crescita.
Il bitcoin, al contrario, rappresenta un po’ una via di mezzo. Il danno climatico della produzione della “moneta digitale” (anche se moneta effettivamente non è) è stato in media pari al 35% del suo valore di mercato negli ultimi cinque anni, con un picco dell’82% nel 2020. Il settore produttivo più vicino in termini numerici è quello della carne bovina, che causa un danno pari al 33% del suo mercato, ma anche quello del gas naturale, che raggiunge il 46%.
L’oro, la materia prima cui i “miners” fanno più spesso riferimento quando si parla di Bitcoin, ha un impatto notevolmente inferiore: appena il 4% del suo valore di mercato, grazie al suo enorme valore complessivo che annulla il grande impatto ambientale della sua estrazione.
Ma perché il bitcoin, un complesso di dati realizzato tramite il sistema della blockchain e quindi completamente digitale, arreca un danno così grandi al clima? Per via dalla sua dipendenza da un processo di calcolo per la verifica delle transazioni chiamato «proof-of-work mining», che richiede un enorme dispendio di energia elettrica per partecipare, ricompensando chi lo esegue con la possibilità di vincere nuovi bitcoin.
In più di un giorno ogni 20 nel periodo esaminato dai ricercatori, i danni al clima causati dai “minatori di bitcoin” hanno superato il valore delle monete prodotte, soprattutto a causa del consumo di elettricità. Alcuni sostengono che le energie rinnovabili potrebbero coprire questa domanda, ma gli autori dello studio di Scientific Report hanno scritto che il danno climatico per ogni dollaro di valore creato è stato 10 volte peggiore per i bitcoin che per la generazione eolica e solare, rappresentando «una serie di bandiere rosse per qualsiasi considerazione come settore sostenibile».
L’Università di Cambridge traccia da tempo la stima del consumo di energia della rete di bitcoin, ma un aggiornamento pubblicato a settembre 2022 aggiunge un nuovo set di dati alle stime: una “mappa del mining”. Questa mostra la distribuzione geografica dei minatori di bitcoin. Combinando questi dati con studi precedenti sulle differenze regionali nella generazione di energia elettrica, i ricercatori sono riusciti a stimare la percentuale di generazione rinnovabile.
«I risultati mostrano che i combustibili fossili rappresentano quasi i due terzi del mix elettrico totale (62,4%) e le fonti di energia sostenibile il 37,6% (di cui il 26,3% sono rinnovabili e l'11,3% nucleare) – ha scritto Alexander Neumueller di Cambridge –. I risultati si discostano quindi notevolmente dai risultati del settore che stimano la quota di fonti energetiche sostenibili nel mix di elettricità di bitcoin al 59,5%». Insomma, l’energia che serve per minare deriva ancora da combustibili fossili, però dall’altro lato, bisogna segnalare come le emissioni complessive derivate dal processo di estrazione di criptovalute siano diminuite negli ultimi 12 mesi a causa del forte calo del valore delle stesse. Il problema dei bitcoin è proprio la repentina mutevolezza del loro valore, oltre al fatto che i data center che li contengono generano una grande quantità di calore emesso poi nell’atmosfera.
I prezzi dei bitcoin, e quindi i pagamenti previsti per i minatori, sono scesi di due terzi, mandando fuori mercato alcuni di essi e inducendo altri a ridurre le loro attività, con una riduzione delle emissioni di circa il 14% rispetto al 2021, secondo le stime dei ricercatori. Secondo il team di Cambridge, le emissioni provocate dal settore sono paragonabili a quelle di Paesi come il Nepal o la Repubblica Centrafricana.
I Bitcoin non soddisfano i criteri di sostenibilità, concludono gli autori dell’Università del New Mexico, per cui sembra urgentemente necessario intraprendere azioni di normazione e regolamentazione per rendere l’estrazione di criptovalute più rispettosa dell’ambiente.