Insegna quarant’anni nello stesso liceo: «Ho visto nascere il Galvani, ora per me è tempo di andare in pensione»
Va ufficialmente in pensione una colonna portante del Liceo artistico statale Enrico Galvani di Cordenons: venne assunta il secondo anno, soltanto perché il primo, non essendo ancora autonomo, contava su docenti provenienti da Udine, preside compreso.
Se per la pordenonese Edi Zanet non ci saranno più registri di classe da compilare, tutto fa presagire che la docente non resterà con le mani in mano. «Beh, non mi ci vedo», ammette.
Oggi è l’occasione per ripercorrere decenni di vita tra i ragazzi: «Ogni anno è come vivere il giorno della marmotta: tanti entrano ragazzi, altrettanti escono da adulti, loro sempre giovani e noi che invecchiamo. Ma loro portano una ventata di freschezza e entusiasmo. Da loro ho imparato davvero tanto e non mi sono mai tirata indietro davanti alle innovazioni, anzi credo di averle sempre incoraggiate».
Dopo gli studi al liceo artistico di Treviso, l’Accademia delle belle arti a Venezia e una puntata a Parigi: «Mi iscrissi all’Accademia delle belle arti, ma avrei fatto la stessa cosa. Ma non furono mesi buttati, perché imparai la lingua».
Il rientro in Italia avviene perché «il liceo artistico Parini cercava un’insegnante e allora ci lavorai un paio d’anni». Nel 1986 arriva la prima supplenza all’allora Istituto statale d’arte – Discipline pittoriche – che allora non aveva un nome («e non lo avrebbe avuto per anni: volevamo intitolarlo a Pasolini, poi prevalse l’industriale Galvani») e dove continua a insegnare sino alla pensione, con una interruzione di alcuni anni per trasferirsi al liceo artistico Freudemberg di Zurigo. «Cominciai a insegnare il secondo anno di istituzione della scuola, perché il primo anno erano stati nominati tutti docenti provenienti da Udine, preside compreso».
Il primo anno contava su due prime, il secondo erano già cinque. «La scuola ha continuato a crescere sino a 700 studenti. Comprese le palestre, siamo arrivati a sette sedi staccate con i professori che giravano in auto. Avevamo tra i 23 e i 27 anni, eravamo amici, nacquero degli amori aziendali, c’era entusiasmo nel far crescere questa scuola, conoscevamo la responsabilità del far progredire strutture e qualità formativa. Ricordo che non c’erano materiali, ma un po’alla volta mettemmo assieme tutto. Degli storici insegnanti siamo rimasti in quattro, poi tra i colleghi anche ex studenti. Da istituto d’arte diventò Progetto Michelangelo, si aggiunsero specializzazioni e poi la trasformazione in Liceo artistico con riduzione dell’orario da 40 a 34 ore. Una scuola sempre vicina al territorio».
Intanto, nel 2012 vince il concorso per la cattedra di pittura all’Accademia delle belle arti, che rifiuta: «Il sistema scolastico è quel che è, sarebbe stato un posto prestigioso, ma feci quattro conti e guadagnavo di più restando a Cordenons».
I momenti più belli? «Quando vincevamo concorsi e facevamo acquisire buone competenze agli studenti, anche a quelli partiti con qualche difficoltà». Quelli tristi sono legati «a studenti e colleghi che ci hanno lasciati per malattia o incidente, e purtroppo non sono stati pochi».
E se fosse ministro dell’istruzione? «Intanto lavorerei sulle strutture scolastiche che non sono idonee per applicare le nuove metodologie didattiche, ridurrei il numero di studenti per classe (richiesta che facciamo da sempre) e applicherei la didattica laboratoriale per tutte le materia. Gli stipendi dei docenti italiani sono umilianti per le ore di lavoro che fanno in classe e soprattutto a casa. C’è chi dice che non è vero? Si faccia come a Zurigo: gli insegnanti avevano l’ufficio dove lavoravano. Qui c’è posto a malapena per i banchi». Il futuro? Chissà, «ma non ho intenzione di mettere il bagaglio in cantina, bensì di capitalizzare ciò che ho imparato in questi anni». —