Luciani, vescovo dall’animo sociale: sostenne le rivendicazioni dei mezzadri e degli operai
BELLUNO. Luciani inedito. Il papa (il vescovo e il patriarca) di cui poco o nulla si parla e si scrive. Perché scomodo, forse.
Perché fra i tanti pellegrinaggi a Roma per la beatificazione del 4 settembre c’è anche quello dei Bellunesi nel mondo? Ecco cosa il vescovo Luciani, fresco di nomina, raccontò il 26 dicembre 1959 agli emigranti di Moriago della Battaglia. «Mi vengono in mente le serate nella cucina della mia casa quando ero bambino. La mamma ci faceva pregare per nostro padre che faceva il muratore o lo spaccapietre in Svizzera. Lo vedevo soltanto durante meno di due mesi, in inverno, allorché il gelo lo cacciava dai cantieri… Ho compreso poi la sollecitudine dolorosa di mia madre; quella ancor più amara di mio padre, costretto per darci un po’ di pane a lavorare lontano dalla sua famiglia, dal suo paese, dalle sue montagne. Anche per questo, soprattutto per questo, conosco i vostri sacrifici, le vostre rinunce, conosco lo stato d’animo di chi, come voi, s’appresta fra alcuni giorni a lasciare nuovamente la propria casa e vorrei che mi consideraste uno dei vostri».
È con il medesimo afflato che Luciani, sia da vescovo che da patriarca, si pone in relazione col mondo del lavoro, operaio in articolare. «Da sabato 19 novembre 1960 era in corso alla Zoppas di Conegliano lo sciopero a tempo indeterminato, dopo che erano state già fatte nove giornate da maggio dello stesso anno. – racconta Vittorino Dal Bo, allora operaio diciottenne – L’agitazione era nata a sostegno della vertenza degli elettromeccanici che volevano raggiungere un contratto integrativo “nazionale” di categoria. Decidemmo, come componenti del “Comitato di resistenza”, decidemmo di andare ad illustrare i motivi della nostra vertenza al Vescovo Luciani. Albino Vescovo, dopo che avevamo illustrato i motivi della lotta, espresse solidarietà alla vertenza in atto e nel momento del congedo, senza che noi avessimo chiesto alcun contributo, lui stesso offrì 50.000 lire (di quei tempi!) “quale - disse - contributo personale del vostro pastore”, con la raccomandazione di non fare pubblicità».
La notizia finì sul giornale. Gino Zoppas si arrabbiò col cappellano dei lavoratori e lo cacciò dalla fabbrica. Luciani intervenne con lo stesso Zoppas e sabato 17 dicembre venne firmato il primo accordo integrativo “aziendale” che aprì la stagione dei contratti a questo livello.
È lo stesso Luciani che qualche anno dopo, a Natale, si rifiuterà di andare a celebrare la messa al calzificio De Nardi, come forma di sostegno delle rivendicazioni delle 250 dipendenti. Sono storiche le lotte dei mezzadri nel 1971, che vedono la Coldiretti dalla parte di quelli che allora venivano definiti i “padroni”. Il vescovo di Treviso invita la Cisl a smetterla con la mobilitazione. E Luciani? «Sono convinto che la strada tracciata dalla Cisl per i mezzadri sia quella giusta; ricordatevi però che la vostra responsabilità è grande perché migliaia di famiglie attendono da voi la soluzione ai propri problemi», dirà il vescovo di Vittorio ai sindacalisti.
Quelli di Vittorio Veneto sono gli anni della conversione conciliare del prelato di origini bellunesi. Quando sarà a Venezia, Luciani cambierà registro. Ma non col mondo del lavoro, con Marghera in particolare.
Siamo nell’agosto del 1970. Luciani si reca personalmente nelle fabbriche occupate – l’Italsider, la Breda, Montefibre, la Montedison – dove conoscerà, tra l’altro, un leader sindacale, cattolico ma particolarmente intransigente nella difesa dei lavoratori, Ferruccio Brugnaro, il padre dell’attuale sindaco. Va ad ascoltare i problemi e a celebrare, se glielo consentono. Si muove sempre nell’ottica della difesa delle famiglie e, quindi, per la sicurezza dei posti di lavoro.
Taluno lo rimprovera di paternalismo. Il patriarca non si scoraggia. Scriverà ai preti, a conclusione delle vertenze, confermando che gli operai avevano ragione a scioperare: per ottenere un trattamento da persone umane e da fratelli. E sui “padroni” è severissimo. «La religiosità di un padrone è zoppicante se si limita alle pratiche di culto, ai doveri familiari, alla carità materiale; è completa se si estende al campo economico, adempiendo anche i doveri della giustizia sociale».
Nell’aneddotica c’è perfino un presunto miracolo di cui riferire. Ricordate quel Vittorino Dal Bo della Zoppas? «Nel 1965 fui colpito da una emorragia duodenale. Venni ricoverato d’urgenza nell’Ospedale di Conegliano. Mi fecero le trasfusioni di sangue – ha raccontato Dal Bo a Goriziano Merotto, un collega -. Il venerdì santo venne in ospedale di Conegliano il Vescovo Luciani per visitare gli ammalati. Avevo la febbre oltre 40 gradi e i medici avevano dichiarato che la malattia era grave. Luciani si diresse verso il mio letto. Dandogli del “tu” gli chiesi: “Cosa fai qua oggi con tutto il lavoro che hai da fare in Cattedrale?”. Albino mi rispose: “Do preferenza agli ammalati”. La mattina successiva la febbre era sparita! Domenica, giorno di Pasqua, mi portarono per pranzo il solito “brodetto” perché non potevo mangiare. Chiesi invece di avere un uovo sodo. La suora, con stupore, dovette darmelo. Lo mangiai. Dopo otto giorni fui operato e guarii completamente».