Pace, lasagne e calcio: gli orfani di Mariupol tornano in Ucraina
DALL’INVIATO A CASTELLAMONTE. «Allora ciao, Roman. Buona fortuna, addio!».
No. Dice Roman che questo è un arrivederci, perché quelli in Italia sono stati i giorni più felici della sua vita. «Appeno avrò compiuto 18 anni cercherò di tornare qui. Voglio fare il calciatore o qualcos’altro di molto bello. Voglio essere ancora felice». E tutti restano senza parole, quando parla Roman, il chierichetto di 13 anni, che sa l’inglese e aiuta gli altri che non lo sanno. E intanto il gatto Simba se ne sta buono al guinzaglio tenuto da Zlata e le ragazzine Kira, Maria, Diana e Anastasia abbracciano il volontario soprannominato Ciccio, per quanto smilzo, un pensionato che hanno conosciuto in questo tempo sospeso fra la guerra e il ritorno.
Gli ultimi disegni sono sul tavolo. «Pace» e «grazie». Ormai è tutto pronto: i bagagli sono stati caricati sui furgoni. Ventisei bambini orfani di Mariupol incominciano il viaggio verso l’Ucraina: Castellamonte, Torino, Cracovia, Leopoli. Per due mesi sono stati ospiti nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, accuditi dall’associazione «Memoria Viva» e sostenuti da «Specchio dei Tempi». Da domani tornano a scuola, in una struttura lontana dalle zone di conflitto, indicata dal vescovo di Kharkiv.
Allora ciao, Ivan con il cappuccio della felpa calato sempre in testa. Fai buon viaggio. «Lui ci ha insegnato tantissimo», dice il direttore della missione Roberto Falletti.
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, il 24 febbraio scorso, Ivan non era ancora un orfano. Il 26 febbraio la madre, infermiera dell’ospedale pediatrico di Mariupol, ha saputo che c’era una piccola carovana di bambini sfollati dall’orfanotrofio della città. «Devi andare con loro», gli ha detto. Prima è morto il padre di Ivan, sotto un bombardamento che ha distrutto la casa di famiglia a metà marzo. Poi è arrivato il giorno del compleanno, il 2 aprile, quando Ivan ha compiuto 16 anni. «Mia madre mi mandava sempre un messaggio per farmi gli auguri. Sempre. Ma quel giorno non è arrivato». Il 7 aprile lo ha chiamato sua sorella per spiegargli che i soldati russi avevano fatto irruzione nell’ospedale pediatrico e giustiziato tutto il personale: i medici e gli infermieri. Anche la madre di Ivan era stata ammazzata a sangue freddo.
E adesso lo abbracciano, e lui abbraccia loro. «Ha voluto raccontarci tutto quello che gli era successo, una tragedia che noi conoscevamo già. Ha detto che all’inizio voleva vendicarsi, sentiva fortissima la rabbia. Ma adesso non prova più odio. Perché l’odio gli fa male. Ha detto che i suoi genitori sono liberi, questo sono state le sue parole precise. Ha detto che sono angeli che lo proteggono dall’alto».
Il più grande di tutti si chiama Alexey, ha 17 anni: «Ricordo quando siamo fuggiti da Mariupol, ho dovuto salutare tutti i miei amici. Il ponte che dovevano attraversare è stato bombardato in quel momento, abbiamo fatto un viaggio lunghissimo e triste. Mi ricordo i carri armati e il silenzio».
A Castellamonte sono stati due mesi di giochi e avventure, di desideri espressi e esauditi. Sono andati a Disneyland Paris, sono andati a camminare al parco del Gran Paradiso. Hanno visitato il Museo Egizio e il Museo del Cinema di Torino. Ma il campetto da calcio della parrocchia di Castellamonte per Alexey è stato il posto più bello. «Il mio giocatore preferito è Messi. Vorrei diventare un professionista. Intanto studio Economia».
Come sempre succede in questi casi, lo scambio di umanità ha arricchito tutti e ancora di più chi pensava di aiutare gli altri e invece è stato aiutato. «È stata un’esperienza indimenticabile», dice don Angelo Bianchi. «Devo dire che sono rimasto molto colpito perché questi ragazzi sono molto diversi dai nostri. Sono più educati e più gentili, anche più propositivi. In questo tempo tremendo di desertificazione delle nascite, sono loro il nostro futuro. Il futuro dell’Europa».
Sono arrivati in tantissimi a cercare di aiutare. Pensionati con la minima e il gelato per 26 ragazzini. Ghiaccioli. Giocattoli. Tempo. Sorrisi. Adesso è ora di salutare. «Però non vorrei che ci fosse un fraintendimento», dice Roberto Falletti. «Non tornano a casa perché la guerra è finita, la guerra non deve essere dimenticata».
Ciao Erik, ciao Mark, ciao Bogdan. «Come erano buone le lasagne», dice Kira. «Il mio sogno è diventare una fotografa e farò di tutto per realizzarlo».