“What if”: e se Lady D fosse ancora viva?
E se, invece di morire in un incidente d’auto il 31 agosto del 1997, Lady Di fosse ancora viva? Se per sfuggire ai paparazzi, agli intrighi di corte, all’infelicità della vita coniugale e alle corna del marito, la principessa triste avesse inscenato una morte fittizia per ricostruirsi una vita nuova in un altrove immaginario?
Quante suggestioni potrebbero scaturire da un finale diverso, se l’impossibile diventasse reale. Certe icone lo diventano anche per il suggello unico e speciale che quella morte ha posto alle loro già specialissime esistenze, ma che forse lo sarebbero state un po’ meno se non fossero morte in quel modo.
Se Lady Di fosse viva e si nascondesse in un luogo remoto – oppure vicinissimo – in un anonimato senza volto? È un esercizio di immaginazione che si potrebbe fare per tanti altri, e mi vengono in mente personaggi come Marilyn Monroe o John Fitzgerald Kennedy. La morte violenta li ha strappati all’affetto del loro pubblico nel momento di maggiore esposizione mediatica ed emotiva - come fu per Diana Spencer – creando un cortocircuito tra quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere e favorendo un tourbillon di teorie e di complotti proporzionale al fascino e all’appeal che questi personaggi hanno avuto sulle masse.
What if, la domanda dell’ucronia, della storia riscritta, di un diverso futuro possibile se l’era già posta la scrittrice britannica Monica Ali nel 2011, con un romanzo che si intitolava La storia mai raccontata. Monica Ali immaginava che la futura regina avesse organizzato la propria scomparsa inscenando un finto annegamento e avesse cercato di vivere una vita da sconosciuta in una cittadina di provincia americana, sotto le mentite spoglie di un’espatriata inglese di nome Lydia. Buttarsi alle spalle l’eccezionale, rinunciare a tutto, essere disposti a sacrificare anche l’amore per i figli per ritrovare se stessa, vivere il resto della propria vita sapendo di non poterli più abbracciare e vedere, pur di ritrovare se stessa. Rinunciare alla mondanità, al lusso, a quello che era stata la sua esistenza, per cercare una normalità quasi banale: nel romanzo era un lavoro in un canile, il tè con le amiche, un fidanzato timido.
L’idea in sé era suggestiva, perché attraverso la scomparsa della donna icona si dava una nuova possibilità di vita alla donna vera, che ritrovava se stessa nella fuga e nella nuova identità. In fondo chiunque di noi – a un certo punto – ci ha pensato. Scompaio alla vita e me ne ricreo un’altra, tutta diversa, completamente nuova.
Ma su Lady Di non si può scherzare e neppure immaginare e il romanzo di Monica Ali fu stroncato da tutti i giornali dell’arco costituzionale britannico. Non solo i fogli monarchici, che abbeverano quotidianamente i sudditi con notizie della real casa che parlarono di oltraggio, ma anche dal repubblicanissimo Guardian, che definì il libro un «progetto sconsiderato, discutibilmente insensibile».
Non si scherza su Lady Di anche se sarebbe bello continuare oggi in quell’idea di immaginarla in un luogo diverso, che ci spia da un falso account di Instagram e forse si fa delle grasse risate nel vedere il trattamento che il protocollo ha riservato all’altra ribelle, Meghan Markle, la mezzosangue, la moglie del figlio scapestrato, Harry il più amato, perché debole e indifeso come era stata lei Lady Di, incapace di sostenere il peso di tutto ciò che era diventata.
Ma Diana è stata un’icona di un calibro eccezionale, non misurabile e di cui nessuno aveva capito la portata fino alla tragica morte nel tunnel dell’Alma, a Parigi. Diana, che ha smosso coscienze e entusiasmato milioni di persone, la cui morte ha mobilitato un intero paese e scomodato l’allora primo ministro Tony Blair per convincere la regina a rendere omaggio alla salma, alla odiata nuora, che non l’aveva mai capita. Solo allora il mondo si è reso conto che nella sua fragilità stava la sua grandezza, l’icona resa immortale dalla morte.
Certe morti sono spartiacque, e quella di Lady Di lo è stata sicuramente. Spartiacque anche nell’amplificazione della frenesia dei media, che la perseguitarono da viva e impazzirono con la sua morta per trovare ogni giorno notizie che non c’erano e quindi nell’inventarne complotti e retroscena improbabili. Quello fu – 25 anni fa – il prodromo della macchina della creazione delle fake news. E allora ancora non c’erano i social media…
What if Lady Di avesse davvero inscenato la propria dipartita dalla gabbia dell’icona e della riproducibilità e si fosse davvero inabissata in una piccola città di provincia in America, dove oggi ce la potremmo immaginare sessantunenne, con il caschetto di capelli dorati ormai virati in un color argento, mentre si gode in gran segreto i nipotini americani, i figli di Harry, il reietto della famiglia. In un altrove ucronico dove i reietti del Palazzo si ritrovano e si fanno beffe degli intrighi di corte e delle regole e del galateo e del protocollo e di tutte le cose che tengono in vita la monarchia britannica.
Certe volte pensare laterale e usare l’immaginazione può essere un esercizio divertente e anche liberatorio.