La triestina Laura Samani esordisce a Cannes
TRIESTE. È il giorno della triestina Laura Samani a Cannes: la sua opera prima “Piccolo Corpo”, prodotta dalla Nefertiti Film di Nadia Trevisan, esordisce oggi alla 60.a edizione della Semaine de la Critique. Atteso con grande attenzione dopo il promettente cortometraggio “La santa che dorme” (sempre a Cannes nel 2016), “Piccolo Corpo” è ambientato nel Friuli del 1900 e racconta il sofferto viaggio di Agata, giovane madre di una bimba morta alla nascita, fermamente intenzionata a raggiungere un remoto santuario di montagna dove spera possa compiersi un miracolo.
Samani, da dove arriva il suo film?
«Nel 2016 ho scoperto che a Trava, nel mio Friuli Venezia Giulia, esiste un santuario dove si riportavano in vita i bambini nati morti per il tempo di un respiro. Quel che basta per poterli battezzare e salvare la loro anima altrimenti condannata a vagare nel Limbo per l’eternità. La storia di questi miracoli si è impigliata in qualche anfratto dentro di me ed è rimasta lì a chiedere attenzione».
Pur essendo alsuo primo film, ma con un corto alle spalle, sembra già legata ad alcuni temi: una spiritualità terrena, la vita e la morte comprensive di zone “di mezzo”, i suoi personaggi inoltre si trovano sempre in momenti cruciali, di passaggio.
«Non ne sono pienamente consapevole, perché mentre faccio le cose non ci penso. Però evidentemente è vero. La questione fideistica, i miracoli, le ribellioni alla leggi dei padri, per me non si erano esauriti con “La Santa che dorme”. Sentivo di voler aggiungere delle cose. Un filo rosso c’è, ora però mi sento pronta a prendere altre direzioni».
Per andare dove?
«Ci sto pensando. So che al prossimo film vorrei lavorare con adolescenti».
Sempre attori non professionisti?
«Gli esordienti e i professionisti portano sul set competenze diverse. La cosa migliore è averle entrambe. L’attore con esperienza può guidare, mentre l’esordiente si spaventa facilmente. D’altra parte però porta con sé lo stupore e la spontaneità. A me serve soprattutto che ci mettano il cuore, che siano esperti o alle prime armi. Conta la persona che ho davanti».
Quanto è importante il territorio, raccontare storie dei propri luoghi, legate alle proprie origini?
«Non me lo sono chiesta perché ho sempre saputo dove avrei voluto ambientare il film. Forse perché è la mia regione, perché conoscevo quei luoghi e ci sono legata. Ma le storie sono uguali dappertutto, la questione della perdita, ad esempio, è universale».
Le donne, l’autodeterminazione femminile, sono centrali nei suoi racconti. Sente una qualche responsabilità come regista?
«Mi sento privilegiata nel mio ruolo perché faccio ciò che volevo fare come essere umano, ho avuto la fortuna di desiderare cose a cui il mondo mi ha risposto in modo affermativo. Tra uomini e donne c’è uno scarto ma in realtà vogliamo le stesse cose, autodeterminarci appunto. Con la sola differenza che essendoci stata preclusa la possibilità per millenni noi donne abbiamo più fame».