Infinito Mario Lorenzon, il primo tricolore a 86 anni: «Correre mi fa stare bene»
SOLIGHETTO (TREVISO). Ha dovuto aspettare almeno quarant’anni per indossare la maglia tricolore. La sua avventura nell’atletica è iniziata infatti una cinquantina d’anni fa, quando il parroco di Refrontolo gli passò il testimone come “allenatore” dei ragazzi che frequentavano l’oratorio.
Fu allora che in realtà iniziò ad allenarsi pure lui, seguendo e correndo con quei giovani. Sabato a Pieve, Mario Lorenzon, 86 anni di Solighetto in forza all’Atletica Valdobbiadene, che ha vinto il suo primo titolo italiano, categoria master 85, nei 5 km su strada. Due figli, Gianni e Daniele avuti dalla moglie Augusta scomparsa 15 anni fa, due nipoti (a fine anno un pronipote). Nel suo palmarés anche due bronzi tricolori e l’argento agli europei master di cross.
Mario, ha un segreto?
«No fumo, non mangio grassi, non bevo. Ho orari regolari, ceno entro le 18 e un paio d’ore dopo sono già a letto».
E, poi, ovvio, si allena.
«Eh, una volta, quando ero più giovane correvo sempre, a ogni uscita. Ora, durante la seduta un po’ corro, poi mi fermo a fare degli esercizi, poi riprendo. Del resto, con l’avanzare dell’età non si recupera come prima e bisogna dosare le forze anche negli allenamenti, non solo in gara».
Come si è avvicinato all’atletica, al mondo delle gare?
«Io ho iniziato a correre una cinquantina d’anni fa. È stato proprio un caso. Nel senso che è stato il parroco di Refrontolo a coinvolgermi: in oratorio allenava un gruppo di ragazzini, tra cui mio figlio dodicenne. Quando l’hanno trasferito mi ha “consegnato” questo ragazzi e così ho iniziato ad allenarli due volte alla settimana. Poi ogni domenica li portavo a fare le campestri. E alla fine ho iniziato a correre con loro e poi ho deciso di provare a gareggiare. Ma avevo già 39 anni. E a quei tempi, non c’erano ancora le categorie amatoriali. Infatti, in una gara di cross mi sono trovato persino a gareggiare con Venanzio Ortis, il campione europeo».
Poi non ha più smesso e oggi vince pure.
«In realtà ho corso per i 20 anni successivi, poi a 60 anni ho avuto la pubalgia, così ho iniziato ad andare in bicicletta, sia su strada che in mountain bike, partecipando alle granfondo. Però era ed è pericoloso andare in bici. Ho provato a riprendere con l’atletica: sono 15 anni che sono tornato a correre».
Dopo tante vittorie, c’è la sua prima maglia tricolore.
«A essere sinceri non sono troppo contento della mia prestazione, a livello cronometrico. Sabato faceva tanto caldo, ho sofferto, non sono riuscito a correre come sempre. Sono stato più lento di diversi minuti rispetto ai miei test sulla medesima distanza. La gara che ricordo con più soddisfazione è quella che mi ha permesso di mettermi al collo la medaglia d’argento agli Europei di Caorle, lì non pensavo neanche di salire sul podio, invece sono riuscito a dare il meglio».
Perchè la corsa è speciale?
«È uno sport meraviglioso, che ti fa assaporare i paesaggi, le località. Amo la corsa naturale, nei boschi, nei sentieri, in montagna e quand’ero più giovane con i miei figli tra la Marmolada, il Giau, il Pelmo, andavamo su che era un piacere. Ma correre è bellissimo e fa stare bene, in salute». —