Reggio Emilia, niente stupro ma sequestro sì: condannato marito violento
REGGIO EMILIA. Assolto dalla violenza sessuale, condannato a quattro anni (a fronte della richiesta dell’accusa di sette anni e cinque mesi) per sequestro di persona, lesioni aggravate e minacce nei confronti della moglie.
Si è concluso così il processo di primo grado a carico di un marocchino di 32 anni accusato di aver segregato e maltrattato la moglie, una reggiana di 34 anni. La vicenda, svoltasi in un contesto degradato, ha riguardato le vite al limite di due coniugi, dipendenti da alcol e droga, che occupavano abusivamente una casa abbandonata in via Ferraroni. I fatti contestati risalgono al periodo dal 2 maggio al 28 agosto 2019.
Nel primo episodio la moglie alticcia si trova in un bar di via Roma quando nel locale piomba il marito che l’afferra per un braccio e la fa salire a forza in macchina, per poi portarla nella catapecchia in cui vivono in condizioni igienico-sanitarie allucinanti, fra suppellettili e un materasso steso sul pavimento. È l’inizio, fra quelle quattro mura, di un pestaggio: calci, pugni, bastonate, trascinamenti per i capelli, ma anche minacce di morte e la sottrazione del cellulare.
Per tre giorni la 34enne rimane segregata in una camera: pestata selvaggiamente, le viene impedito perfino di andare in bagno. Allo stremo, la donna approfitta di una distrazione del marito per inviare un inequivocabile richiesta d’aiuto («Help») ad un’amica che chiama subito il 113. All’arrivo della polizia nella casa abbandonata, lui riesce a fuggire calandosi dalla finestra, mentre in ospedale la moglie viene giudicata guaribile in 25 giorni per frattura alle ossa nasali, policontusioni e abrasioni multiple. La violenza non finisce lì perché il 28 agosto, sempre in un edificio abbandonato in cui la coppia si era recata per recuperare una borsa, si arriva allo stupro. E poi ancora pugni e schiaffi, ma anche la minaccia: “Ti faccio fare la stessa fine della giovane cinese uccisa nel bar Moulin Rouge”.
La 34enne finisce di nuovo al pronto soccorso per lesioni all’occhio e orecchio destro, con prognosi di quindici giorni.
Fin qui la versione di lei. Lui ha ammesso di averla picchiata, ma non nella modalità descritta dalla donna e ha negato con forza lo stupro (a suo dire: «Un rapporto consenziente, dopo abbiamo discusso») e il sequestro di persona, spiegando di averle tolto il telefonino «perché ogni volta che litigavamo lei usciva con le amiche e si ubriacava». In seguito alla denuncia della moglie nell’ottobre 2019, il marito è finito in carcere a Modena, dove è recluso da allora.
Ieri la difesa avrebbe dovuto ascoltare un testimone, un senzatetto che però per la terza volta non si è presentato. Si sono dunque svolte le requisitorie finali. Il pm Piera Giannusa ha proposto sette anni e cinque mesi insistendo soprattutto sulla gravità e sistematicità dei maltrattamenti sulla donna, con documentati lividi perenni in ogni parte del corpo. L’avvocato difensore Gisella Mesoraca ha chiesto l’assoluzione per tutti i reati «perché il fatto non sussiste» e, per quanto riguarda la lesioni aggravate, il minimo della pena con la concessione delle attenuanti generiche. Il collegio giudicante, presieduto da Giovanni Ghini (a latere Donatella Bove e Silvia Guareschi), si è ritirato in camera di consiglio e alle 16.30 ha letto la sentenza, più mite essendo venuto a cadere lo stupro. Assente la moglie, che inizialmente si è costituita parte civile per poi rinunciare.