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Il signore del Pentagono: luci e ombre di Donald Rumsfeld

La morte di Donald Rumsfeld –scomparso a ottantotto anni mercoledì scorso– ha rimesso al centro dell'attenzione uno dei capitoli maggiormente controversi della storia americana recente. Figura diventata ormai fortemente impopolare, Rumsfeld ha lasciato dietro di sé una scia di critiche e di polemiche, principalmente dettate dalla sua problematica gestione della guerra in Iraq e dalla questione degli abusi di Abu Ghraib. Resta comunque il fatto che si tratti di una figura complessa e che come tale debba essere trattato.

La sua nomina a capo del Pentagono nel 2001 avvenne su energica proposta dell'allora vicepresidente americano, Dick Cheney. Personaggio anche lui destinato a diventare controverso a causa dell'Iraq, condivideva una solida amicizia politica con Rumsfeld: un'amicizia che affondava le sue radici nei lontani tempi della presidenza di Richard Nixon. Fu dunque Cheney a sponsorizzare il ritorno di Rumsfeld ai vertici del Pentagono (ritorno, sì, perché costui aveva già servito come segretario alla Difesa nell'amministrazione di Gerald Ford, dal 1975 al 1977). Una sponsorizzazione che si rivelò fondamentale: Rumsfeld non era infatti mai stato in rapporti troppo amichevoli con il padre di Bush jr, George H. W. Bush. Non era quindi scontato che l'allora presidente repubblicano potesse scegliere lui come segretario alla Difesa. L'intervento di Cheney fu tra l'altro rivelativo, sul piano politico, di un asse che si sarebbe saldato negli anni successivi tra il Pentagono e la Casa Bianca: un asse che, come vedremo, avrebbe teso a isolare – soprattutto durante il primo mandato di Bush jr – il Dipartimento di Stato.

Per comprendere tuttavia l'attività di Rumsfeld ai vertici della Difesa non basta rifarsi alle dinamiche politiche interne all'amministrazione americana di allora. Sebbene sia stato semplicisticamente spesso dipinto come una sorta di sprovveduto, la sua azione veniva in realtà ad inserirsi in un contesto ben preciso. Non bisogna infatti dimenticare che, durante la presidenza di Bill Clinton, il mondo militare statunitense avesse attraversato un periodo di crisi. Una situazione dettata soprattutto dalla recente conclusione della Guerra Fredda, che aveva lasciato i vertici militari americani in una situazione di incertezza e senza una chiara strategia da seguire per il futuro. A questo si aggiunsero una serie di passi falsi (dalla Somalia al Ruanda) che spinsero il Pentagono a nutrire crescente ostilità nei confronti di Clinton. L'idea che le forze armate e la loro organizzazione andassero riformate si fece quindi sempre più strada non solo tra le alte sfere militari ma anche in gran parte del panorama politico americano (senza trascurare, a questo proposito, la campagna elettorale per le presidenziali del 2000). Ed è qui che entrò in scena Rumsfeld.

Nessuno nega che la problematica gestione della guerra in Iraq abbia costituito la parte principale della sua attività come capo del Dipartimento della Difesa. Ma tale gestione non va considerata in modo astratto, fuori dal contesto in cui Rumsfeld si trovò ad operare. L'idea di riforma dell'allora segretario era infatti legata a un ambizioso obiettivo di sburocratizzazione del Pentagono: una sburocratizzazione che non soltanto rendesse più efficiente la catena di comando, ma che permettesse anche – se non soprattutto – alle truppe di spostarsi in modo più rapido da uno scenario all'altro. Un obiettivo che, come fu sottolineato da The Atlantic nel 2008, Rumsfeld perseguì attraverso varie misure. Diminuì il potere dei comandi locali e rafforzò il ruolo della brigata a scapito di quello della divisione. Fu inoltre lui che, a partire dal 2004, iniziò a considerare il ricorso alle cosiddette basi "ninfea": strutture piccole che, differentemente da quelle in auge durante la Guerra Fredda, ospitano una presenza tendenzialmente snella di truppe. Il che aveva un duplice obiettivo: addolcire le relazioni diplomatiche con i Paesi ospitanti e, dall'altra parte, consentire alle truppe stesse una mobilità più rapida in caso di bisogno. Questo genere di base sarà in tal senso ripreso e utilizzato dall'amministrazione Obama.

Un altro aspetto in cui Rumsfeld fece da apripista riguarda l'interesse per l'Indo-Pacifico. L'allora segretario alla Difesa si rese infatti conto – consigliato in questo dall'esperto di sicurezza nazionale Andrew Marshall – che le sfide principali del nuovo millennio per gli Stati Uniti sarebbero arrivate dalla Cina e puntò (anche) in questo senso a ricalibrare le alleanze con alcuni alleati storici (soprattutto Corea del Sud e Giappone). In questo senso, anticipò (almeno in parte) quel "pivot to Asia" che sarebbe stato al centro della politica estera di Barack Obama. Un altro fattore che precorse i tempi fu la polemica di Rumsfeld – in conseguenza della guerra in Iraq – con Francia e Germania, da lui bollate spregiativamente come "vecchia Europa", in contrapposizione alla "nuova Europa": locuzione, quest'ultima, con cui il capo del Pentagono designò i Paesi dell'Europa Orientale. Fu infatti allora che iniziarono quelle turbolenze transatlantiche che, sebbene per ragioni diverse, sarebbero proseguite anche con Obama, per arrivare addirittura sino ad oggi.

E' quindi in questa cornice che va inserito il tema della gestione irachena da parte di Rumsfeld: e la cosa va analizzata sotto un duplice punto di vista. In primis, la sua idea di un esercito proattivo e dall'alto grado di mobilità lo portò in rotta di collisione con il segretario di Stato (e suo storico rivale) Colin Powell. Più propenso a una prospettiva di natura realista, Powell considerava gli interventi militari come una risorsa per i casi estremi e tendeva ad agire sulla base di alleanze internazionali. In secondo luogo, e qui veniamo al nodo strutturale della questione, la crisi dell'Iraq si verificò proprio perché la "Dottrina Rumsfeld" non fu in grado di prevedere le conseguenze della situazione sul campo. Fin quando si trattò di sbaragliare le forze di Saddam Hussein, l'impostazione si rivelò corretta (grazie all'efficace tattica "shock and awe"). Il problema fu l'attività insurrezionale che esplose successivamente: un'attività insurrezionale che Rumsfeld non solo non seppe affrontare, ma che si rifiutò anche di riconoscere come tale. Solo tardivamente– con il Quadrennial Defense Review Report del 2006 – il Pentagono ammise infine la necessità di creare legami con la popolazione locale, facendo tra l'altro leva su lingua e cultura.

Quello che insomma, il segretario alla Difesa non volle riconoscere è che l'Iraq si fosse trasformato in un pantano: una situazione a cui Washington avrebbe dovuto rispondere tempestivamente con un'adeguata strategia contro-insurrezionale. Una circostanza rifiutata tuttavia da Rumsfeld per due ragioni complementari: da una parte, il capo del Pentagono temeva lo spettro di un nuovo Vietnam; dall'altra impantanarsi in Medio Oriente avrebbe contraddetto la sua stessa idea di un esercito capace di spostarsi con celerità da uno scenario all'altro. In altre parole, l'errore strutturalmente tragico di Rumsfeld fu quello di non essere riuscito ad adattare il proprio paradigma alla situazione concreta.

E' chiaro che la figura storica dell'ex segretario alla Difesa verrà principalmente ricordata per l'Iraq: un intervento militare che non ha mai disconosciuto, ma che – nonostante il mancato reperimento delle armi di distruzione di massa – ha anzi negli anni spesso rivendicato. "Anche se la strada percorsa non sembra sempre agevole, la fredda realtà di un regime di Hussein a Baghdad molto probabilmente avrebbe significato un Medio Oriente molto più pericoloso di quanto lo sia oggi", ebbe a scrivere nel suo libro di memorie. Tuttavia, al netto di gravi errori e controversie, resta il fatto che l'immagine di Rumsfeld si riveli in definitiva più complessa della macchietta che qualcuno tende oggi a dipingere. Perché l'allora segretario si è comunque trovato a gestire il Pentagono in un periodo di trasformazione epocale e perché la sua attività al vertice della Difesa americana è stata significativamente segnata – questo va sempre ricordato – dagli attacchi dell'11 settembre. Del resto, pur a fronte delle sue indubbie responsabilità, Rumsfeld non è stato certo l'unico ad avere voce in capitolo in riferimento alla gestione del conflitto iracheno.

La sua figura riassume quindi in sé le contraddizioni di una drammatica fase storica di passaggio: come Robert McNamara, anche lui si è trovato nel mezzo di una trasformazione tortuosa dell'impero americano. E, sempre come McNamara, anche lui è stato accusato di aver condotto gli Stati Uniti nella palude delle "guerre senza fine". Errori, sì. Ma anche tempi difficili. Per questo, su Rumsfeld, la sentenza dei posteri – se onesta – non potrà che rivelarsi significativamente ardua.



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