Dalle Olimpiadi di Londra al forno di Auschwitz Vita e morte di un campione
IL RICORDO
a cura della Pgf (*)
Sono tante, troppe per essere ricordate un solo giorno all’anno, le storie che i testimoni della Shoah ci hanno raccontato sugli orrori dell’olocausto. Non sono stati immuni da questi viaggi illustri sportivi, coinvolti per religione o convinzioni politiche, iniziati in maniera più massiccia per il nostro Paese dopo l’8 settembre 1943.
Anche la Palestra Ginnastica Ferrara ha dovuto fare i conti con questo nero capitolo della Storia dell’Uomo e per celebrare il Giorno della Memoria ha voluto raccontare una di queste storie. Non quella più famosa, ma a buon fine, che coinvolse Orlando Polmonari, deportato in Germania come punizione per aver dato uno schiaffo a un ufficiale tedesco, ma quella più triste che coinvolse un altro olimpionico della Palestra Ginnastica Ferrara: Gino Ravenna.
IL CAMPIONE DI LONDRA
Gino Ravenna (Ferrara 1889-Auschwitz 1944) è stato uno dei 29 campioni della Palestra Ginnastica Ferrara incaricati di rappresentare l’Italia nel concorso generale di ginnastica artistica a squadre di Londra 1908. La Pgf, infatti, dopo aver vinto le selezioni nazionali, aveva ricevuto dalla Fgi questo prestigioso compito, cogliendo nella città britannica un lusinghiero 6° posto con lodi per il metodo dimostrato, e gli atleti furono riabbracciati dalla Città di Ferrara con ogni onore al loro rientro in patria.
La passione sportiva caratterizzò tutta la vita di Gino che, rientrato dalla Prima Guerra Mondiale, si dedicò al commercio. Tutta la famiglia Ravenna era conosciuta a Ferrara e uno dei 5 fratelli di Gino, Renzo (anche lui, da giovane, Palestrino), fu Podestà di Ferrara dal ’26 al ’38, uno dei due soli podestà fascisti di origini ebraiche in Italia, prima dell’introduzione delle leggi razziali. A parte la rinuncia alla carica del fratello, le leggi razziali non causarono troppi problemi per l’attività commerciale e nemmeno nei rapporti sociali, benché anche Gino fosse stato escluso, come tutti, da associazioni, circoli e, naturalmente, dal partito fascista.
La svolta fu invece rappresentata, come per la quasi totalità degli ebrei italiani, con l’8 settembre 1943. Dapprima Gino si rifugiò ad Albarea, per continuare a dirigere da lì l’attività, ma l’arresto del figlio Gegio l’8 ottobre fece precipitare gli eventi. Dopo aver provato invano a farlo scarcerare, la famiglia tentò la fuga in Svizzera, ma, arrestata a Domodossola il 12 dicembre 1943, finì prima nel carcere di via Piangipane, per poi essere condotta, l’11 febbraio 1944, al Tempio di via Mazzini 95, trasformato in campo di concentramento provvisorio per pochi giorni, in attesa che il nuovo rastrellamento degli ebrei ferraresi si tramutasse nel trasferimento a Fossoli.
DA FOSSOLI ALLA POLONIA
La permanenza nel campo modenese fu breve e la storia diventa tristemente uguale a quella di altre migliaia di persone: il viaggio, durato quattro giorni (dal 22 al 26 febbraio), per Auschwitz e gli eventi che portarono alla morte di quasi tutta la famiglia di Gino: si salvò infatti solo il figlio Gegio (Eugenio), quando i russi liberarono il campo di sterminio il 27 gennaio 1945, non la moglie Lerizia Rossi, né i due figli maggiori Marcello e Franca Eugenia.
LA MEMORIA
È da Gegio, quindi, che si apprendono i fatti successi in Polonia, pochi per la verità, dove quello che fu un olimpionico acclamato per la gloria portata al nostro paese, fu trasformato in un numero, il 174.541. Gino si era salvato dalla prima “selezione” ed era riuscito a rimanere accanto al figlio, aveva lavorato per un mese e mezzo circa, fino a quando le forze lo avevano assistito. Per alcuni giorni rimase nella baracca, ma al terzo giorno Gegio non lo trovò più. Un deportato che parlava italiano gli riferì che da poco Gino era stato prelevato. Prima di lasciare la baracca gli aveva raccomandato di dire al figlio che lo salutava e “di tener duro”. Era il 30 aprile 1944, Gino Ravenna aveva 54 anni: in quel terzo giorno il camino aveva ricominciato a fumare. —
(*) Questo racconto è stato reso possibile grazie alla documentazione fornita dal nipote Michele Ravenna, ricostruito da varie fonti e in particolar modo il libro “La Famiglia Ravenna: 1943-1945” di Paolo Ravenna - G. Corbo Editore.
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