Truffa rinnovabili, ecco come funzionava: pioppi acquistati all’estero poi certificati come “locali”
CASTEL D'AGOGNA. «Una truffa ai danni dei cittadini», visto che sulle bollette è prevista una specifica voce a sostegno delle energie rinnovabili. Così, secondo il procuratore Mario Venditti e il sostituto Paolo Mazza, va inquadrata la vicenda della centrale a biomassa di Castel d’Agogna.
Un impianto avviato, nel 2012, con l’obiettivo di produrre energia pulita dalla biomassa di legno, in grado di soddisfare il fabbisogno annuale di oltre 50mila abitazioni rispettando allo stesso tempo l’ambiente. Ma che invece, secondo l’inchiesta della procura di Pavia, sarebbe stato solo un mezzo per fare tanti soldi, incamerando i contributi pubblici previsti per incentivare quel tipo di produzione e ridurre l’emissione di gas serra.
Legno acquistato ovunque
L’impianto prometteva, in sostanza, di produrre energia a “impatto zero”, evitando cioè l’emissione in atmosfera di circa 100mila tonnellate annue di anidride carbonica rispetto a un analogo impianto alimentato con combustibile fossile. Ma in che modo? Rispettando i requisiti di “filiera corta” previsti dal Ministero delle Politiche agricole e forestali, e cioè utilizzando solo cippato di pioppo prodotto nelle vicinanze dell’impianto, a distanze non superiori ai 70 chilometri, per ridurre al minimo le emissioni dovute al trasporto. Requisito, però, che non sarebbe stato rispettato.
I vertici dell’impianto avrebbero acquistato legno in altre regioni e anche all’estero. In questo modo si sarebbero garantiti una quantità di prodotto maggiore a prezzi molto più bassi (anche il 30 o il 50% in meno) di quelli praticati dai produttori locali.
Milioni di euro percepiti
In questo modo i vertici della Biolevano si sarebbero accaparrati milioni di incentivi senza averne diritto, con l’applicazione del coefficiente di contributo massimo. In questo modo per ogni milione di euro di energia elettrica venduta, la società otteneva, 3 milioni di euro, come emerso dai bilanci della società. I militari della guardia di finanza hanno calcolato che, in cinque anni, l’azienda sarebbe riuscita a ottenere dal Gse, il Gestore dei servizi energetici, contributi per 143 milioni di euro. La Finanza ha ipotizzato invece una perdita di 22 milioni di euro se la società avesse percepito il contributo minimo previsto. —