Maxi truffa da 143 milioni con la centrale a legna: 6 arrestati, altri 7 indagati
Castello d'Agogna. Truffa da 143 milioni di euro nel campo delle energie rinnovabili. È stata scoperta dalla Guardia di finanza di Pavia e dai carabinieri che, ieri mattina, hanno notificato undici misure cautelari tra arresti domiciliari (sei) e obblighi di firma (cinque) alla polizia giudiziaria. Altri due sono indagati, ma senza misure restrittive. Quattro sono vigevanesi. Sono accusati di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato finalizzata all’indebita percezione di contributi pubblici. Al centro dell’inchiesta c’è la Biolevano, centrale elettrica a biomassa di Castello d’Agogna. L’impianto è stato sequestrato, ma l’attività prosegue attraverso la nomina di un custode giudiziario.
Ai domiciliari sono finiti i vertici della società, tra cui Pietro Franco Tali, ex amministratore delegato Saipem. Secondo l’accusa sarebbe stato lui il “regista” di tutta l’operazione. La truffa si sarebbe compiuta attraverso la sistematica falsificazione in fattura della provenienza del legname bruciato nell’impianto per produrre energia pulita. Il cippato di pioppo figurava come prodotto in provincia di Pavia, a non più di 70 chilometri dall’impianto, e invece arrivava, secondo l’accusa, da luoghi distanti centinaia di chilometri. In questo modo i vertici della Biolevano ottenevano contributi pubblici dal Gse, il gestore dei servizi energetici, molto più elevati.
Il giudice Fabio Lambertucci ha accolto la richiesta di sequestro preventivo fino al raggiungimento della somma contestata. Tra denaro e beni immobili è stato già sequestrato, cioè “congelato” un patrimonio di circa 100 milioni di euro. Nel blitz di finanza e carabinieri, scattato ieri mattina, sono state sequestrate 22 quote di società del gruppo, 69 conti correnti, 147 veicoli, immobili e terreni del valore di oltre 12 milioni di euro.
Tra questi anche un appartamento nel cuore di Milano, in piazza Gae Aulenti, una villa a Portobello di Gallura, in provincia di Sassari, un’altra villa a Galbiate, in provincia di Lecco, oltre alla stessa centrale elettrica, del valore di 70 milioni di euro.
Sono state eseguite cinquanta perquisizioni in Trentino, Lombardia, Piemonte, Liguria, Sardegna e Lazio. L’indagine, portata avanti dalla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri e dagli uomini della Guardia di finanza, è iniziata circa un anno e mezzo fa, ed è stata coordinata dal procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e dal sostituto procuratore Paolo Mazza.
«Tutto nasce nel 2011 – si legge nel comunicato della procura di Pavia – quando per aderire al protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di gas serra sono stati introdotti incentivi economici per l’uso di energia da fonti rinnovabili. Le disposizioni di legge hanno però imposto regole molto rigide sulla provenienza e sulla tracciabilità delle biomasse bruciate. La Biolevano per ogni milione di euro di energia venduta percepiva dal gestore dei servizi elettrici oltre tre milioni di euro di contributi, il massimo consentito». Questo perché la Biolevano si era impegnata a utilizzare in via esclusiva nel suo impianto di Castel d’Agogna legname tracciato e proveniente da una distanza non superiore ai 70 chilometri dalla centrale. Un impegno, per l’accusa, disatteso.
I vertici di Biolevano, secondo le carte dell’accusa e le intercettazioni telefoniche, facevano risultare il legname come locale, falsificando fatture e bolle di trasporto. Il legno, secondo l’accusa, arrivava infatti da altre regioni e perfino dall’estero, in particolare dalla Svizzera. In pratica i camionisti giravano con due bolle, una falsa (da esibire in caso di controlli e da usare poi per ottenere gli incentivi) e un’altra regolare, che finiva nella contabilità parallela e in “nero” della società. Gli investigatori hanno tracciato i viaggi di centinaia di camion che arrivavano nella centrale di Castel D’Agogna carichi di legname. Alcuni sono stati trovati nell’impianto ieri mattina, durante il blitz. Un camionista ha anche cercato di distruggere la bolla falsa quando ha capito che era in corso un controllo. —