Arrivò grave da Napoli al Poma, dimesso il commercialista
MANTOVA. Non si sarà mai se è stato salvato dal plasma iperimmune o dalle terapie praticate per un mese e mezzo dalla Rianimazione del Carlo Poma. Probabilmente è un combinato tra le due terapie.
L’unica cosa certa è che il commercialista napoletano di 59 anni che a metà novembre aveva raggiunto l’ospedale di Mantova attaccato a una bombola ad ossigeno sull’auto guidata dal figlio deve la vita ai camici bianchi mantovani.
Aveva macinato più di 700 chilometri in un disperato viaggio della speranza per ricevere una sacca di plasma iperimmune.
E il giorno di Santo Stefano i sanitari del Poma gli hanno fatto il regalo più bello: la lettera di dimissioni con la raccomandazione di un controllo almeno una volta al mese.
A riaccompagnare a casa il professionista di Napoli c’erano il figlio e un amico che ha fatto da autista. Ad accoglierli anche Roberto Mari, dipendente del Poma che insieme al primario della Pneumologia Giuseppe De Donno ha fatto da tramite tra il paziente e l’ospedale.
«Vorrei ringraziare tutti gli operatori sanitari che hanno assistito mio padre – ha detto il figlio del paziente al momento di lasciare Mantova – e in particolare i primari De Donno, Castelli e Scarduelli . Poi un ringraziamento a Roberto Mari, Antonella Cicale e Pasquale Mallardo. Se mio padre è tornato a casa lo devo a loro. Infine, una promessa. Ogni persona ha le sue usanze e mio padre ogni anno farà una sorta di pellegrinaggio al Carlo Poma per salutare chi gli ha ridato la vita».