Vent’anni fa moriva Andreina Ciceri, grande studiosa di letteratura friulana
UDINE. Avrebbe compiuto cent’anni Andreina Nicoloso Ciceri, nata a Buja nel 1920, spentasi a Udine nel 2000.
Luminosa figura di studiosa della letteratura in “marilenghe” (ci ha lasciato una bellissima antologia) ed etnografa (Premio Pitrè per il trattato sulle nostre tradizioni popolari), fu un’autentica colonna della Filologica, che ogni anno la ricorda, assieme al marito Luigi, con un apposito concorso.
I coniugi Ciceri, salvarono dalla dispersione oggetti e documenti della civiltà regionale, che ora, per volontà di Andreina, impreziosiscono alcuni dei nostri musei: basterà ricordare, qui, la galleria dei ritratti del Museo Carnico delle arti e tradizioni popolari di Tolmezzo, e le sculture lignee nel Museo Diocesano di Udine.
Portatrice di una vastissima cultura umanistica, era dotata di una straordinaria capacità lavorativa: nel suo caso non è retorico il dire che lavorò fino alla fine.
L’ultima volta che la vidi nella sua casa di Tricesimo, agli ultimi di febbraio di vent’anni fa, la sollecitai a contribuire con un saggio al volume che, con il compianto Manlio Michelutti, stavo preparando per il Congresso della Società Filologica Friulana a Klagenfurt.
Ricordò allora il suo viaggio di nozze in Carinzia, dove Luigi, suo marito, aveva incontrato il professor Rudolf Egger, celebre archeologo, e la visita guidata agli scavi di Magdalensberg. «Eh, esclamò commossa, âtris timps. No ài fuarcis plui par scrivi».
«No je vere – risposi – a podarès scrivi propit chel che mi à contât cumò».
«Dìsial? – rispose, con modestia. – Viodarìn. . . ».
Mantenne l’impegno. La busta con il suo breve scritto, pubblicato nel numero unico “Clanfurt/Klagenfurt”, arrivò il 25 maggio del 2000, il giorno della sua morte.
Andreina, che nel 1989 fu nominata Cavaliere della Repubblica per i suoi meriti culturali, ebbe un grande ammiratore in Carlo Sgorlon, che su altre pagine, il 30 agosto del 2000, le dedicò un commosso ricordo intitolato “Nostra Signora dell’archetipo”. A vent’anni di distanza vale la pena rileggerne alcuni passi. Carlo ricordò che quando chiese di poterle parlare per scrivere poi “un’articolessa”, lei rispose: “Parcé propit a mi?”, e aggiunse: “Non sum dignus…”. “È un atteggiamento di umiltà evangelica, e anche il riflesso di un complesso tipico dei friulani, che troppo spesso si sentono sottani, e troppo raramente protagonisti.”
Ma ascoltiamo ancora il grande scrittore, che la descrive in una specie di autoidentificazione: “Amava profondamente il suo lavoro e negli ultimi anni sentiva una sorta di rimorso se si teneva lontana per poco dagli studi prediletti. Anche qui affiora in lei l’archetipo friulano della passione per il lavoro, che a volte può diventare una sorta di condanna”.
Ed ecco il suo pensiero, o meglio il pensiero di entrambi, sulla lingua friulana e sulla grafia. La signora Ciceri invece si tenne lontana da ogni concezione limitata e troppo personale del Friuli. Non apparteneva né ai cultori del “celtismo”, né al gruppo degli “antiromani”, né a quello degli “antiveneziani”. Non sciupò il suo ingegno in sterili polemiche sulla grafia del friulano. Era una cultrice del friulano in tutti i suoi aspetti e le sue forme, come Giuseppe Marchetti, come i friulani più imparziali e illuminati. Non era uno spirito partigiano, ma universale. Non riteneva alieno da sé nulla che fosse friulano. Era sostenitrice della grafia adottata dalla Filologica perché si rendeva conto, con saggezza, che il friulano poteva essere difeso e diffuso molto meglio se veniva scritto in modi semplici e accettati da tutti”.
Dalla penna di Sgorlon uscì un ritratto a tutto tondo di una donna che ben meriterebbe di essere ricordata con una monografia. —