Per alcuni è scritto piccolo piccolo. Ma per molti è una misura doverosa per arginare quella strage silensiosa che ha visto centinaia di morti nelle nostre case di riposo del Veneto, quelle che la burocrazia chiama Rsa, residenze sanitarie assistite, i luoghi dove i nostri anziani vanno a passare la loro terza età quando le famiglie non sono più in grado di prendersene cura.
Oltre il 30 per cento delle 2.247 vittime registrate in Veneto al 16 ottobre erano ospiti delle case di riposo, molti non sono nemmeno passati per gli ospedali e si sono spenti, soffocati da un virus che gli mozzato il respiro.
Il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri chiede “misure di contenimento delle visite nelle residenze sanitarie assistite”.
Chiuso l’accesso a parenti e visitatori nelle Rsa e nelle case di riposo. A meno che non ci sia un’apposita autorizzazione della direzione sanitaria della struttura, non si potrà più andare a far visita agli ospiti di queste realtà. Un nuovo passo indietro, come ai tempi del lockdown, che serve a tutelare i luoghi in cui il virus ha mietuto più vittime, quelli dove vivono gli anziani e le persone più fragili.
La comunicazione da parte del direttore Uoc Igiene e sanità pubblica, Maria Simoncello, è arrivata venerdì 16, in seguito al nuovo Dpcm del governo che decreta “Misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale”.
Riapertura delle visite dei parenti al Centro Servizi Anziani di
In pratica da sabato 17 «l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite (rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, è limitata ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che è tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione».
Com’era successo già a marzo, la prevenzione passa proprio per queste strutture, ritenute tra le più delicate e difficili da gestire nell’eventualità si verificassero casi di contagio al loro interno.
L’obiettivo è chiaro: il Covid-19 non deve entrare in case di riposo e residenze sanitarie assistite (Rsa), dove di fatto vive quella che è la fascia della popolazione più a rischio.
Gli ospiti vanno protetti. Per questo motivo, in un momento in cui l’onda dei contagi è in veloce crescita ed è fondamentale cercare di garantire il contenimento del virus, gli accessi alle persone esterne sono stati bloccati.
Già a luglio alcuni segnali erano arrivati dalle Rsa con la scoperta di un focolaio nella casa di riposo Bon Bozzola a Farra di Soligo, nel Trevigiano. Tamponi a tappeto, dopo la scoperta della positività di un ospite. Con i 208 esiti che hanno evidenziato altri dieci positivi, di cui otto ospiti e due operatori. Poi un’altra positività in una Rsa a Camposampiero.
«Ma è qualcosa di assolutamente casuale. Nei mesi, la maggior parte degli anziani risultati positivi al virus era asintomatica» spiega Francesco Facci, presidente regionale di Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale), cioè l’uomo che per primo aveva lanciato l’allarme in marzo e che anche a luglio invitava a non abbassare la guardia: «L’allerta deve rimanere massima. Durante la "Fase tre", c’è stata un’apertura delle maglie, risultato anche della grandissima pressione che abbiamo ricevuto da parte dei familiari degli ospiti per rivedere i loro cari. E forse questi sono i primi segnali».
Di preludio a un invito a mettere un freno, se non uno "stop", alle visite? «Queste sono decisioni politiche. E capisco benissimo i figli che hanno chiesto di rivedere i genitori dopo mesi, io stesso lo avrei fatto. Ma ora non possiamo permetterci di abbassare la guardia, soprattutto in luoghi come le Rsa, più critici rispetto ad altri ambienti, vista la convivenza stretta con persone più fragili. Lo sforzo di queste strutture durante la pandemia è stato eroico».
Il 13 ottobre arriva il nuovo Dpcm, che viene fatto proprio dalle Usl venete il 16 e formalizzato con un'ordinanza della Regione il 17 ottobre.
«È un testo che mette al riparo le persone più fragili», spiega Francesco Facci, responsabile dell’Uneba (l’unione delle istituzioni di assistenza private) in Veneto e colui che aveva lanciato l’allarme a febbraio e ad agosto. Il primo sul pericolo rappresentato dalla nuova pandemia per gli anziani in genere e soprattutto per quelli delle case di riposo e il secondo per il ritorno del virus.
«Deve far riflettere», spiega Facci, «che il testo del Dpcm è identico a quello di marzo, questo dà un quadro del pericolo attuale».
«In questo momento - spiega - siamo all’apice dei contagi all’esterno. Durante l’estate, forse per la comprensibile voglia di cambiar pagina, abbiamo allentato le maglie dei controlli. Ma dopo la ripresa dei contagi al rientro dalle vacanze abbiamo assistito ai primi casi nelle nostre strutture. Sarebbe servito prima? Sì se consideriamo che le case di riposo sono la punta dell’iceberg ma il virus corre tutto fuori. Le case di riposo in questo momento sono i posti più sicuri dal virus. La sicurezza è diventata un’ossessione, siamo sottoposti a tampone ogni pochi giorni e gli stessi nostri operatori ci dicono di sentirsi più al sicuro sul posto di lavoro che all’esterno. Ora dobbiamo mantenere al sicuro i nostri ospiti».
«All’interno di una casa di riposo ci sono le persone più a rischio a causa del Covid-19. Inoltre si tratta di persone conviventi sotto un unico tetto. Come se non bastesse la fragilità è molte volte anche psichica. Da noi più del 50 per cento degli ospiti sono dementi. È triste ma è così: non puoi dirgli: “Stai attento, non andare lì”, perché non possono farlo, non sono dotati dell’autotutela necessaria in questi frangenti”.
Ma come reagiscono i familiari degli anziani? «In una recentissima ricerca svolta dall’Università di Padova nella cse di riposo - conclude Facci - viene rilevato che oltre il 95 per cento dei familiari sono d’accordo con le misure di protezione adottate. Ognuno si rende conto che la sicurezza dei propri familiari è la prima cosa cui puntare».
Facile profeta, in agosto la raccomandazione di Facci di non abbassare la guardia non è bastata. Proprio in provincia di Treviso (la più massacrata in Veneto) sono ricominciati i tristi conteggi di contagia quando il caldo era ancora ai suoi livelli massimi. Era infatti il 13 agosto quando la casa di riposo San Pio X di Cordignano comunicava di avere quattro casi che con il passare dei giorni sono aumentati facendo fiorire 5 focolai in tutto il territorio, come alla Gris di Mogliano che il 19 agosto blocca le visite.
Il rientro dalle vacanze provoca un’impennata dai casi e quelli più gravi sono pochi giorni dopo gli anziani delle case di riposo che hanno ricevuto la visita dei parenti. In molte case di riposo viene allora chiesto ai parenti degli anziani di identificare un familiare solo per nucleo come “addetto alle visite” delegato dalla famiglia, persona che avrà la responsabilità di evitare contatti pericolosi all’esterno.
Ma proprio a fine agosto la fiammata arriva alla Rsa Villa Tommasi, con 16 contagi in un giorno e una vittima. A questo punto il dg Benazzi chiede informalmente a tutte le case di riposo di tornare a blindarsi, ma si va avanti in ordine sparso tanto che alcune Rsa pur essendo nel territorio “occhio del ciclone” decidono di raddoppiare i giorni di visita.
Nè basta la maxi azione di tamponamento (11 mila al giorno) che viene portata avanti: la Marca trevigiana non riese a scrollarsi di dosso l’ondata di contagi nelle case di riposo e settembre inizia con l’Rsa Villa Tommasi che conta altri 49 contagi seguita dalla Bon Bozzolla che deve contare un’altra vittima, tanto da spingere la direzione a lasciare fuori tutti e permettere il contatto solo atraverso la “fenestra con il guanto” una cosa terribile a mente fredda, ma pure l’unco sistema che assigìcura un contatto pur mantenendo al sicuro gli anziani ospiti. Solo il 7 ottobre a Traviso i focolai vengono circoscritti e il numero di contagiati si abbassa alla soglia minima di 28 persone.
Ma il 13 ottobre l’Usl 2 ultima uno studio che spinge in dg ad avvertire: “Tutti i contagi registrati finora nelle case di riposo sono stati introdotti da giovani operatori asintomatici, ma positivi al virus, che senza saperlo diffondono la malattia negli ambienti rischio e tra le persone più fragili. A loro dico: il vostro comportamento è importante, mettete sempre la mascherina”.
Ma alcuni operatori ribattono: vero, ma un altro motivo è che gli operatori seguono molta più ospiti di prima, perché di operatori ne sono rimasti pochissimi.
Ma basta un’analisi di quanto successo per capire l’altro grande problema che affigge queste strutture. Già mancavano 100 operatori alla sanità veneta prima dell’emergenza Coronavirus, dopo è stata una fuga: non meno di 440 infermieri se ne sono andati dagli ospedali e dai centri Usl, inoltre il governo ha varato anche gli infermieri di famiglia. Traduzione: 773 posti da coprire in Veneto.
Ma ahimè, l’offerta non è compensata della domanda. Infermieri e Oss sono finiti, come i panda. Non diversamente dai medici. Chi li trova, chiami subito una Rsa, il lavoro è assicurato.
E se la sanità non piange – ma è al limite della crisi di nervi – case di riposo e assistenza sono disperati. C’è chi parla di “grande fuga”, chi paventa un rischio di collasso dell’intero sistema: se oggi è sos, le previsioni a breve, anche a fronte dell’invecchiamento infinito, non lasciano speranze.
C’è chi ha provato a fare i conti, come l’Uripa, l’unione delle Ipab del Veneto che associa la maggior parte delle case di riposo pubbliche in regione: nella sola nostra provincia di Treviso (la più bastonata dal Covid in Veneto) dovrebbero esserci 200-250 infermieri in più, e almeno 600 Oss, per garantire gli standard di assistenza che fin qui hanno fatto del Veneto un modello. Incrinato, ma non demolito dal Covid-19 .
Le strutture per anziani hanno ora, in media, il 75% degli organici coperti. Un quarto del fabbisogno è, semplicemente, introvabile. Contratti penalizzanti, in emolumenti ma anche in tutele e normative, turni pesanti nelle Rsa inducono chi può a sostenere il concorso e traslocare in Usl. Innescando fatalmente un meccanismo di coperta corta, che gli addetti ai valori registrano soprattutto nei piccoli paesi.
La sanità copre i suoi buchi, ma finisce per aprirne nuovi nell’assistenza. Mano destra e sinistra non si “parlano”, figurarsi se si aiutano. Una beffarda guerra interna al sistema, sulla salute di tutti e sull’assistenza agli anziani e ai più deboli. Ma per la case di riposo è l’ultima mazzata di un anno horribilis.
Il primo bilancio dell’epidemia parla di una media del 7% di perdita dell’occupazione dei posti letto (nell’Usl 2 quasi 400 posti sui 5.653 letti di 69 strutture). Con introiti che scendono del 5% - in media, i grandi focolai del Covid stimano in un milione le perdite 2020 – e di costi schizzati per sanificazioni, tamponi, mascherine, altri Dpi, personale straordinario.
Le case di riposo vittime, poi, stentano a riprendersi, ma anche in quelle rimaste immuni per la tempestiva scelta di blindarsi scontano ora i tempi più lunghi dell’accoglienza e le più rigorose prescrizioni, dalle quarantene ai vincoli.
Ora si profila un’altra lotta, per accaparrarsi i prossimi laureati degli atenei (infermieri) e del quinquennio di corsi (Oss, poi c’è un anno in più si scuola regionale). E c’è chi ora maledice quota 100 e i suoi effetti a medio termine. «Mi sento come un allenatore: avevo 3 cambi in panchina, ma qualcun altro ha deciso che dovevano uscirne 8, della mia squadra», sintetizza di brutto un direttore di case di riposo, «macché vincere: qui non si può neanche sperare di pareggiare».
Coronavirus, Esercito russo sanifica la residenza per anziani R
Saranno poi i direttori sanitari delle singole strutture a mettere in pratica consigli e indicazioni delle autorità sanitarie e a valutare, caso per caso, chi far entrare o meno e perché. Del problema delle case di riposo, vero ecatombe nel periodo di marzo e aprile, dove in Veneto centinaia anziani hanno perso la vita in totale solitudine, ne hanno parlato proprio in questi giorni i vari sindacati dei pensionati del Veneto Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil.
I sindacati hanno chiesto che venga da subito rinforzata la presenza di personale sanitario e assistenziale al fine di proteggere gli anziani da questa nuova pericolosa ondata epidemiologica. Luca Zaia, aveva annunciato la scorsa settimana test rapidi per i visitatori delle case di riposo a partire dal 12 di ottobre, ma in realtà i sindacati hanno sottolineato come questi test non siano stati operativi in tutte le strutture.
E ancora, sempre i sindacati, hanno denunciato che alcune strutture ad oggi sarebbero impreparate a gestire eventuali casi di Coronavirus al loro interno, non avendo dispositivi di sicurezza a sufficienza e non avendo neppure percorsi di isolamento. —
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