Romanzo cardinale
Nel grande, drammatico gioco di potere che sta scuotendo la Santa Sede, molti personaggi interpretano un copione con rivelazioni pilotate e dettagli di colore. Eppure certe operazioni finanziarie di cui oggi è accusato il cardinale Angelo Becciu, non potevano essere ignorate da chi stava sopra di lui. Intanto, fra trabocchetti, prossime destituzioni ed encicliche discutibili, il Papa cerca di mettere al sicuro le sacre finanze.
Le «barbefinte», gli uomini dei servizi segreti, lo chiamano effetto osso. Da dare in pasto all'informazione. Stavolta è succulento e aulente; una «dama nera» piuttosto avvenente, molto protetta e altrettanto loquace. È la signora Cecilia Marogna. È amica di Flavio Carboni e di Francesco Pazienza, due calibri da novanta dell'affarismo e con ottimi contati nei «servizi», è protetta dal capo massone del Grande Oriente democratico (sic.) Gioele Magaldi che la descrive scrupolosa, onesta e preparata. La portano a conoscere i potenti come una «Marogna pellegrina» e via mail si aggrega al porporato. Ha messo le mani avanti: «Non sono l'amante del cardinale anche se sono sarda come lui» spiega di essere uno 007 in missione per conto di Dio, affermazione da far impallidire il John Belushi del film Blues Brothers.
In questa faccenda c'è un altro osso, molto duro stavolta: uomo di chiesa sì, ma di Pattada dove si fabbricano le resolzas a serramanico, d'acciaio temperato, affilatissime. Si chiama Angelo Maria Becciu prete per vocazione, di professione cardinale senza più diritti. Si prepara in Vaticano una notte dei lunghi coltelli e quell'effetto osso serve a distrarre dalla vera posta in gioco: Francesco ha fallito nel fare pulizia nella curia romana? Possibile che il Papa nulla sapesse degli affari di Becciu? E se ci fossero altre carte oltre a quelle che girano in questi giorni vorticosamente?
Sta scritto: «Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati. Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave nel tuo?» Così nel Vangelo secondo Matteo, in quello secondo Jorge Mario Bergoglio la prassi sembra più ispirata - sarà per via del settimo centenario dantesco - a Minosse che nell'Inferno «esamina le colpe ne l'intrata, giudica e manda secondo ch'avvinghia».
È costume di questo pontefice licenziare senza dare spiegazioni, soprattutto se ci sono di mezzo i soldi. Lo fece con Libero Milone, allora revisore dei conti vaticani, lo ha fatto con Giulio Mattietti il numero due dello Ior la fu banca degli scandali di curia ora risanata. Non lo ha fatto però con Alberto Perlasca, il monsignore indagato per lo scandalo del palazzo di Londra che ora da pentito offre carte sul caso Becciu, non lo ha mai fatto con Gustavo Óscar Zanchetta, già arcivescovo di Oran in Argentina, sul cui capo pende un mandato di cattura internazionale per abuso su minori. Anzi lo ha sistemato all'Apsa, la banca centrale del Vaticano, dove il papa intende far affluire tutti i suoi soldi e blindarli dalle ispezioni sulla trasparenza.
Ma lo ha fatto e con gran fragore verso Angelo Maria Becciu. La bomba è scoppiata il 24 settembre quando Bergoglio ha detto a Becciu che per sette anni è stato il suo uomo di massima fiducia: resti cardinale, ma senza diritti. Cosa ha scatenato il dies irae? Angelo Becciu quando era sostituto per la Segreteria di Stato (di fatto il numero tre nella gerarchia vaticana) avrebbe usato i fondi dell'Obolo di San Pietro - ovvero la carità del Papa - per speculazioni immobiliari e finanziare di ogni tipo. Tra le colpe presunte di Becciu c'è anche aver distratto fondi (si parla di centomila euro) per aiutare i suoi fratelli in Sardegna attraverso la Caritas di Ozieri, ci sono 500 mila euro e spiccioli versati alla «dama nera» e ci sono investimenti per centinaia di milioni, atteso che l'Obolo ha un valore stimato attorno a 700 milioni di euro anche se quest'anno il piatto piange.
Tutto ruota attorno al pasticciaccio brutto di Sloane Avenue, il palazzone di Londra che Becciu aveva individuato come lucroso investimento e che invece è costato molto caro al Vaticano. Subito dopo l'elezione Jorge Mario Bergoglio decide che bisogna mettere sotto controllo le finanze per renderle più trasparenti. Nomina prefetto per l'economia il cardinale australiano George Pell. Tra i suoi più fieri oppositori c'è proprio Angelo Becciu che gestisce i soldi in autonomia. Pell viene però incriminato per pedofilia nello Stato di Vittoria in Australia. Due ex coristi, uno morirà di overdose prima del processo, lo accusano di molestie. Pell lascia gli incarichi, il Papa non lo trattiene, viene condannato, rinchiuso in prigione poi assolto alcuni mesi fa da tutte le accuse. Ma Bergoglio non lo richiama in servizio. Quando scoppia il caso Becciu però Pell si complimenta col pontefice e tutti scrivono che si è preso la rivincita fino a dire che Becciu ha fatto versamenti per 700 mila euro ai testi perché accusassero Pell. L'avvocato di Becciu, Fabio Viglione prepara le querele e ovviamente afferma che è tutto falso.
Per la verità né la magistratura vaticana né quella italiano hanno mosso un solo appunto al cardinale sardo: è nella scomoda posizione di essere colpevole fino a prova contraria! Con una nota Viglione specifica: «Sua Eminenza il Cardinale Becciu ribadisce la assoluta falsità degli addebiti sul proprio conto veicolati attraverso la stampa, confermando l'estraneità da qualunque fatto illecito. Attende con serenità gli esiti di ogni accertamento, in qualsiasi sede, che potranno finalmente confermare la propria fedeltà al Santo Padre e alla Chiesa». In particolare si fa sapere che il porporato né i suoi familiari hanno azioni o posseggono quote di fondi d'investimento, che non sono stati mai versati ai fratelli o alla fabbrica di birra dei fratelli del cardinale soldi che venivano dalla segreteria di Stato. Con la Marogna Becciu ha avuto solo rapporti istituzionali e, riferendosi al caso di Sloane Avenue, fa sapere che non chiese allo Ior un finanziamento da 150 milioni. Quanto al caso Pell si ribadisce che non c'è stata alcuna interferenza.
L'Associated Press peraltro rivela che Vivian Waller l'avvocato del teste d'accusa contro Pell sostiene: «Il mio cliente nega di aver mai ricevuto pagamenti», la polizia dello Stato di Vittoria aggiunge: «Non c'è alcuna prova che vi sia stata corruzione da parte del Vaticano dei testi contro Pell».
Di certo quando il cardinale è venuto a Roma, proprio nei giorni caldi del caso Becciu, il Papa non lo ha ricevuto e Pell finito il trasloco se ne è tornato in Australia. Bergoglio in quei giorni ha fatto un' altra operazione: ha nominato una nuova Commissione per le materie riservate. Si occupa dei conti segreti del Papa e di quelle somme che sono oggi al centro del caso. A presiederla è il cardinal Kevin Farrell. Una scelta che ha un preciso significato. Farrell è stato il vice di Theodore McCarrick, il cardinale americano ridotto allo stato laicale dopo le accuse di abusi sessuali; ma che fu un grande elettore di Francesco così come Farrell è ancor oggi in rapporti con i finanziatori americani e forse con lo stesso McCarrick con cui ha coabitato per anni. Di quella commissione fanno parte i vertici «latinos» del Vaticano, i quali sono in strettissimi rapporti con l'Opus Dei e l'ex presidente della Cei. Il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves il nuovo prefetto dell'economia, monsignor Fernando Vérgez Alzaga che è il sostituto del Governatorato e monsignor Nunzio Galantino che è il presidente dell'Apsa, dove vengono concentrati tutti i soldi del papa sottraendoli così al controllo di Moneyval, la commissione che proprio in questi mesi sta valutando la trasparenza delle finanze papali.
Con queste scelte il cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato, è escluso da tutte le materie finanziarie e Vérgez Alzaga, di cui è prossima la nomina a cardinale, ha già di fatto preso il posto del Governatore cardinale Giuseppe Bertello. Bergoglio dunque intende blindarsi con i fedelissimi e affermare: i soldi sono roba mia. Il Papa vuole mettere se stesso al riparo dagli scandali.
E si ritorna al palazzo di Sloane Avenue. Fu Raffaele Mincione col fondo Athena a proporre l'affare a Becciu, che però quest'ultimo non porterà a compimento. Il cardinale sardo ha gestito centinaia di milioni di euro depositati presso il Credit Suisse di Lugano dove a occuparsene era Enrico Crasso che chiarisce: «I fondi dell'Obolo di San Pietro venivano gestiti dalle banche, anche in hedge fund. Lo sapevano tutti. Quando Becciu chiese il finanziamento per il palazzo di Londra, presentò una lettera del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, in cui si diceva che lo stesso Becciu aveva i pieni poteri. L'edificio è stato comprato mettendo a garanzia parte delle gestioni patrimoniali». È pensabile che Parolin abbia dato questa autorizzazione senza l'avallo del Papa?
Quando Angelo Becciu lascia la Segreteria di Stato il pontefice nomina al suo posto Edgar Peña Parra, vescovo venezuelano da sempre in confidenza con Bergoglio. E gli chiede di chiudere l'affare Londra. Peña Parra cerca una mediazione con il finanziere anglo-molisano Gianluigi Torzi che verrà anche arrestato nell'ambito delle indagini su Sloane Avenue. Torzi fu ricevuto nella residenza privata di Bergoglio il giorno di Santo Stefano con moglie e figli. Si disse che il suo era un tentativo di estorsione. Mincione - anche lui indagato ha però fatto causa al Vaticano - ha detto esplicitamente: «Io il palazzo l'ho venduto a Edgar Peña Parra, allo sceriffo messo da altre persone per fare questa cosa. Torzi è stato incaricato dal Vaticano di comprare il palazzo per loro».
Dunque le responsabilità vanno oltre Becciu? Le carte - si tratta di estratti conto più la lettera di accreditamento per Cecilia Marogna firmata da Becciu - che sono state inviate a tutti i giornali in forma anonima in una busta bianca, come bianca è la veste del pontefice, sono uscite dall'inchiesta su Sloane Avenue ma non chiariscono nulla, soprattutto non dicono che Becciu ha agito da solo.
In questa inchiesta ci sono finiti dentro sia monsignor Luigi Carlino (ora tornato alla sua diocesi di Lecce) per anni segretario del cardinale sardo che intercettato parlava d'investimenti travestiti da opere di carità, sia monsignor Alberto Perlasca che doveva essere allontanato dal Vaticano ma che invece è rimasto a vivere a Santa Marta di fianco a Francesco. Perlasca è il pentito della vicenda. Lui avrebbe fornito tutte le indicazioni sui movimenti di Becciu. Ma c'è un altro che sa molto ed è Giandomenico Giani già capo della gendarmeria vaticana che dovette dare le dimissioni incolpevole per la fuga di notizie su Sloane Avenue. Ma anche per Giani, come per Perlasca, dopo un anno arriva un parziale risarcimento: è stato nominato presidente dell'Eni Foundation dal primo ottobre. Un particolare: Giandomenico Giani la carriera l'ha cominciata al Sisde. Era una persona dei nostri servizi segreti.