Pavullo.Delitto Perini «L’ho visto colpire Alessandra ma la mia denuncia è stata inutile»
PAVULLO «Non posso accettare che mi dicano che Alessandra Perini è morta a causa dei silenzi, perché nessun testimone delle violenze si è fatto avanti per denunciare. Io l’ho fatto, e come me diverse altre persone di Pavullo sono andate a deporre. Ma non siamo riusciti a salvarla».
È con la voce rotta dall’emozione e segnata da una rabbia crescente che parla un uomo che non per sentito dire ma con i propri occhi ha visto il dramma domestico in cui era sprofondata la casalinga 46enne di Sant’Antonio morta il 1° ottobre in seguito a lesioni che hanno portato in carcere lunedì il marito Davide Di Donna, 50enne di origini campana ma residente da una vita qui, dove faceva il fornaio. È uno dei testimoni che in questi giorni sono stati chiamati dai carabinieri a fornire elementi a supporto della tesi dell’accusa: che l’emorragia celebrale che ha portato la donna alla morte non sia stata un semplice malore ma la conseguenza di percosse. Per le ovvie ragioni di riservatezza legate alle indagini in corso, l’uomo deve mantenere l’anonimato, ma il suo racconto è preciso e dettagliato.
«Era l’agosto del 2018 - ripercorre - mi sono trovato per caso a Renno, dove abitava allora la coppia. Era estate e le finestre della casa in cui abitavano erano aperte. A un certo punto sento delle grida dall’interno e poi il rumore di uno schiaffo, tanto che con un altro che era lì in paese ho detto: “Secondo me questo è un marito che ha tirato uno schiaffo alla moglie”. Poi la vedo uscire di corsa sul terrazzo, dove inizia a stendere dei panni. Vedo arrivargli dietro anche lui con delle grida e delle bestemmie. E poi lo vedo con i miei occhi darle uno schiaffo pazzesco: non uno schiaffetto, ma una sberla da sentire il rumore da lontano. Sono rimasto inorridito e non ho potuto star fermo: ho chiamato subito i carabinieri». Che sono stati anche celeri nel sopraggiungere: «Neanche 10 minuti ed erano lì: sono andati in casa e si sono fermati per la bellezza di un’ora. Hanno fatto bene il loro dovere, insomma, niente da dire su di loro, anzi. Solo che da quello che mi hanno detto dopo non hanno potuto fare niente, oltre ad ammonire per bene il violento, perché nel viso non erano rimasto segni evidenti dallo schiaffo e serviva la denuncia da parte di Alessandra. Che non l’ha fatta».
Pare che siano stati diversi i conoscenti che hanno invitato la donna a fare quel doloroso ma necessario passo, ma sempre invano. «Una vicina mi ha detto che una volta l’ha presa di petto e gliel’ha detto chiaro: “Alessandra, ma perché non lo denunci?”. E lei le avrebbe detto: “Tu non sai cosa mi potrebbe fare se denuncio”. Ma è il sistema che è sbagliato: una donna si può trovare nelle condizioni di non riuscire a denunciare, ma deve esserci un modo per poter intervenire dall’esterno quando gli episodi sono ripetuti nel tempo. Mi fa rabbia un magistrato che mi dice “si poteva evitare se parlavate”. Non siamo omertosi qui: io ho parlato, e in questi giorni quando mi hanno chiamato in caserma ho confermato tutto. Sono io che dico a lui che con le segnalazioni fatte si doveva evitare. Perché non è stato un raptus, ma una cosa che andava avanti da anni». Probabilmente è stata anche la solitudine a frenare Alessandra: figlia unica, nel 2013 perse la madre Carla e nel 2015 il padre Mauro. Le era rimasta solo una cugina. —