La forza dell’uomo sul destino: il pensiero ribelle di Maniacco
A dieci anni dalla scomparsa, domenica 18 ottobre negli spazi della ex centrale idroelettrica di Malnisio (Montereale Valcellina) si terrà un convegno di studi sulla figura di Tito Maniacco. Nell’occasione sarà anche presentato il volume La poesia di Tito Maniacco, pubblicato per l’occasione dal Circolo culturale Menocchio nella collana “Il gallo forcello”. Pubblichiamo una parte dell’introduzione.
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A prima vista potrebbe apparire non semplice ritrovare in queste “Poesie per il XX secolo”, la sua ultima produzione poetica, lo spirito del medesimo Tito Maniacco con il quale, di tanto in tanto, si chiacchierava, si discuteva, si analizzava la realtà, percependo nettamente che nelle sue parole continuava a vibrare un’inesausta sete di giustizia sociale.
In questa silloge spiccano - è vero - i versi «insomma/compagno/il gioco è truccato» in cui emerge l’arrabbiata indignazione che ha animato l’intera narrazione de “I senzastoria” quando il punto di partenza era stato indiscutibilmente fissato sul fatto che «La storia dell’uomo è la storia delle sue condizioni di vita».
Ma ci sono anche i passaggi poetici in cui sembra far capolino una specie di rassegnazione: «non sia/non/quel che ti aspetta/e in questa attesa/è tutta la nostra storia». Una storia - quella del secolo scorso - imbrattata di sangue, in cui le ombre delle vergogne sembrano predominare sui lampi luminosi dei sogni.
Quella stessa storia che ha indotto Giorgio Gaber a dare a una delle sue ultime e più sofferte canzoni il titolo di “La mia generazione ha perso”. Però qui stiamo parlando non soltanto di un poeta: Tito è stato anche un narratore, pittore, affabulatore, uomo politico, maestro di scuola, un attento, acuto e inesausto osservatore del mondo che ci circonda.
E così, nella sua visione complessiva appare evidente che, in realtà, lo sconforto era incompatibile con il suo essere in quanto quella che noi chiamiamo disperazione spesso altro non è che la dolorosa avidità d’una speranza ancora non esaudita.
È un po’ come parlare di utopie: alcuni le intendono come desideri che non possono essere realizzati; altri - e sono loro ad avere ragione - come realtà che per il momento sono ancora lontane e per raggiungere le quali è obbligatorio fare tutto quello che è nelle proprie capacità.
Questo imperativo categorico di impegno sociale ha improntato l’intera vita di Tito, tanto che la sua scelta politica comunista non è stata né casuale, né obbligata, bensì naturale, inevitabile perché lui ha sempre amato e rispettato l’uomo e mai il superuomo con la piena coscienza che, tra l’altro, nella realtà il superuomo non esiste, ma può farsi immaginare e riesce a impressionare soltanto nella propaganda che alcuni tentano di fare di se stessi.
Ed è stato un comunista rigoroso, sempre coerente con le proprie convinzioni proprio perché ha dato immancabilmente la precedenza alle valutazioni di tipo umano rispetto a quelle - di qualunque ambito si trattasse - che tendevano a togliere la figura delle donne e degli uomini dal paesaggio che stava osservando e che, nella maggior parte dei casi, non era certamente piacevole.
A questo proposito è indimenticabile quello che ha scritto, nel 1970, nella recensione della mostra “Lager” che radunava una serie di quadri-sculture dedicate da Michele Piva all’orrendo mondo dei campi di sterminio in cui ogni traccia di umanità era raschiata via con ossessiva puntigliosità: «Non è la morte come la conosciamo, che è uno spettacolo umano; è la morte come una negazione assoluta che viene poi espressa nella banalità tragicamente borghese dei pedanti rendiconti stesi su fogli accurati. È la contabilità che rende inesprimibile il Lager».
E la stessa prevalenza dell’umano su tutto il resto era spiccata nettamente anche mentre parlavamo della scelta del testo da inserire nel volume a lui dedicato in quella “Biblioteca del Messaggero Veneto” che stavo curando.
Un po’ a sorpresa, almeno per me, aveva deciso di non indicarmi una delle sue opere più conosciute, bensì un romanzo breve e un racconto lungo, tra l’altro ancora inedito - “L’uomo dei canali” e “La perdita di mandato” - entrambi ambientati in una Cina remota nel tempo e nello spazio.
Scelta a prima vista sorprendente, dicevo, ma, in realtà, da lui ben pensata e motivata perché le lontananze non hanno grande importanza, in quanto, in definitiva, l’animo umano, rimane sempre mediamente identico tranne che nei suoi eccessi che il progresso sociale tende a smussare, mentre quello tecnologico contribuisce a rendere orribilmente e disumanamente più acuti.
E in queste storie, come nelle sue poesie, Maniacco ha realizzato una specie di parabole laiche dalle quali traspaiono limpidamente la sua visione del mondo, i suoi sogni, l’idealismo, la fede in un progetto umano, umanistico e umanitario, la predominanza del volere dell’uomo sul destino, la necessità del sacrificio, la visione della ferocia propria di qualunque potere non abbia i suoi contrappesi, la necessità di alimentare la pace.
E sono tutti argomenti che colpiscono con la loro complessa semplicità, con la loro obbligatorietà, ma anche per la preveggenza con cui Tito analizzava il divenire della nostra società. —
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