Il rito dell’appello per continuare a sentirsi e riconoscersi
L’aumento dei contagi da Covid-19 non lascia tranquilli. Anche gli studenti del mio liceo guardano preoccupati la situazione. L’uso della mascherina non è obbligatorio quando sono seduti al banco, ma tutti la indossano. Nel dubbio, “melius abundare”: è un piccolo sacrificio che ci fa sentire tutti più sicuri.
Quello che è certo è che ai ragazzi spiacerebbe tornare alla didattica a distanza. In molti non ci avrebbero scommesso, ma l’esperienza della prolungata lontananza dalle classi nel periodo del lockdown ha fatto capire quanto frequentare la scuola sia un’opportunità preziosa e insostituibile.
Quando entro in classe faccio sempre l’appello. Anche se la rimodulazione della didattica per la pandemia ha decurtato le ore scolastiche di alcuni minuti, mi riservo il tempo per chiamare i miei studenti per nome, uno per uno. Gli adolescenti vivono spesso con disagio l’ansia di non essere riconosciuti nella propria individualità, e il rapporto tra un docente e la classe è quello tra un singolo e un gruppo. Ma è necessario trovare modi per stabilire un contatto personale. Quando chiamo ogni studente e lui risponde “presente”, è un momento in cui si evidenzia un rapporto diretto: ci si guarda negli occhi e ci si riconosce a vicenda, nella presenza. La parola “presente” , oltre che aggettivo, può essere sostantivo: e significa “dono” , “regalo” (che non a caso anche in inglese si dice “present” ). La presenza è un dono. Oggi, a scuola, ancora di più, visti i timori e le preoccupazioni che “essere presenti” comporta.
Per questo da insegnante capisco l’ex insegnante Lucia Azzolina che, da ministra dell’Istruzione, si è detta contraria all’ipotesi di ritorno alla didattica a distanza per gli studenti delle superiori. Non credo si tratti solo di difendere una decisione assunta dal governo (quella di far tornare i ragazzi a scuola), magari per evitare un danno di immagine rispetto a un tema sul quale l’esecutivo ha messo la faccia. La ministra ha capito che i primi a non voler stare a casa sono i ragazzi.
Certo, il problema del sovraffollamento dei trasporti pubblici è reale. Probabilmente sarebbe servito uno sforzo maggiore degli enti locali per rimodulare il servizio in modo adeguato all’emergenza. Ora molto dipenderà da come evolverà nei prossimi giorni la curva dei contagi. Servirà procedere con buon senso: avendo chiaro però che se alla didattica a distanza bisognerà tornare, sarà un ripiego e dovrà essere per il minor tempo possibile.
13 – continua
© RIPRODUZIONE RISERVATA