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Suor Mariachiara
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Suor Mariachiara

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 42 di Vanity Fair, in edicola fino al 20 ottobre.

Che Jack il gatto sia signore e padrone della Piccola Fraternità di Nazareth è evidente dallo zelo che suor Mariachiara mette nell’igienizzare le suole di chi varca la soglia del chiostro della chiesa della Santissima Annunziata: un quadrato di pace nel centro di Bologna, in cui le erbe spontanee sono lasciate libere di crescere tra i sassi, e sul cui pozzo centrale, in mezzo a delle conchiglie, siede serafico un piccolo Buddha di pietra. Ex convento francescano, dal 2009 questo luogo è diventato il cuore di una Fraternità monastica di cui fanno parte 5 persone: don Carlo, che è prete e parroco, e suor Marina, Alessandra, Elena e Mariachiara, non le classiche «suore della parrocchia», ma parti attive della vita del loro piccolo nucleo e di quello, più ampio, che si è creato intorno.

Tutti e cinque provengono da un’altra realtà religiosa che hanno deciso di abbandonare per provare a stare insieme, convinti che la vita comunitaria sia una ricchezza per tutti. In linea con questo pensiero hanno, negli anni, aperto le porte della loro casa a persone fragili e svantaggiate, ma, soprattutto, sperimentano ogni giorno una convivenza tra i due sessi che non è solo condivisione degli spazi, ma vera compartecipazione alle scelte, tentativo non comune in ambito ecclesiastico. E così, se don Carlo è il parroco, suor Mariachiara è la responsabile della comunità nonché voce di un pensiero e di una riflessione sul ruolo delle donne nella Chiesa che non è eccessivo definire femminista, all’interno del quale trova spazio anche un confronto con la comunità Lgbt+ avviato grazie all’amicizia con l’avvocata e attivista Cathy La Torre, che a questa suora fuori dagli schemi dedica un intero capitolo del suo prossimo libro.

Cinquantaquattro anni, 25 dei quali di vita consacrata, Elisabetta Barbara Maria Elvira Piccinini (questo il suo nome da laica) conosce Dio attraverso piccoli e potenti accadimenti progressivi che la strappano dalla sua vita di studentessa di Giurisprudenza fuori sede e senza più tanta convinzione. La chiamata, per lei, non è uno squillo di tromba, ma una serie di segni disseminati negli anni: una valanga che le porta via una persona importante e, per la prima volta, le fa provare che  cosa voglia dire essere squarciati da qualcosa – «Quel funerale in cui tutto il paese è dentro la chiesa, e io fuori, sull’orlo del precipizio» –, un prete che la invita a qualcosa che lei non
sa nemmeno che cosa sia («Era un ritiro spirituale», ricorda ridendo) che le regala una visione notturna potente, «I monaci vestiti di bianco che cantano alle 3 di notte nella Chiesa della Trappa», e poi il tornare a messa dopo tanti anni, la vita che via via prende senso, la scelta che si fa sempre più forte, dentro. «Ho, come si dice, preso i voti nel 1995. Un rito che, proprio come il matrimonio, non è la consacrazione di un cammino, ma soltanto l’inizio». Un cammino che, a sentire lei, ha fatto, più che con i piedi, con le mani: «Mi pare di non fare altro che scoperchiare pentole, per vedere che cosa c’è sotto». A volte il coperchio scotta, ma ne vale sempre la pena.

Perché questa scelta di vivere insieme?
«Mescolare le diversità è sempre stimolante, anche se faticoso, perché si parte da punti di vista lontani. Più cresce l’intimità, più questa lontananza diventa delicata. Tanti rapporti uomo-donna, di qualsiasi natura essi siano, non reggono al tempo. Noi abbiamo un’abitudine di vita insieme ormai rodata, lavoriamo attivamente sulla partecipazione».

Un prete e quattro suore: pesa di più il ruolo gerarchico di don Carlo o la vostra forza numerica?
«Dipende. Nelle scelte della Fraternità siamo tutti uguali, nella vita pastorale ordinaria no. Domani, per esempio, c’è il consiglio dei Vicari con il vescovo, e ci possono andare solo i preti, cioè don Carlo. Questo è un dato di fatto, a prescindere dalle buone o cattive intenzioni che uno può avere. C’è da continuare a camminare su certe cose, tutti. La separazione uomini e donne nella Chiesa ha tante motivazioni, tra cui anche quella di non dover negoziare ogni volta un equilibrio. Ma tenerci divisi ha impoverito tutti. Non è che in ambito ecclesiastico non ci sia un confronto tra i sessi, ma esistono delle rigidità. Nella nostra piccola struttura tutto è più agile, ma le istituzioni antiche hanno regole secolari: il peso e la forza della storia si mangiano tutto. Questo non vuol dire, però, che le cose non possano cambiare».

Era femminista anche prima di farsi suora?
«Sono sempre stata una combattiva, tanto che mia madre mi chiamava “pietra dello scandalo”. Ma non mi ero mai accorta che quello della donna fosse un tema fino al 2000, quando, per alcune vicende personali, mi sono resa conto che, poiché non ero in una posizione istituzionale, potevo sì parlare, ma nessuno riteneva importante quello che avevo da dire. Questo mi ha costretta a una riflessione più ampia sul diverso trattamento di cui godono maschi e femmine nella Chiesa, che per me è stata uno shock: ma come, mi dicevo, non siamo tutti figli di Dio? C’è moltissimo da fare, e ci sono anche lo spazio e la libertà per farlo: il dialogo è possibile e il Papa nelle sue encicliche ne sottolinea spesso la necessità. Basterebbe ascoltarlo. Ovviamente non è solo un problema interno alla Chiesa: qualche volta riguardo i manifesti che le femministe appiccicavano ai muri negli anni Settanta e mi sembra che le loro rivendicazioni siano le stesse, identiche, che potremmo fare oggi. Anzi, il clima mi pare ulteriormente peggiorato».

La criticano per le sue posizioni?
«Nessuno mi ha mai detto di stare zitta, se è questo che mi sta chiedendo: il dialogo è possibile. Ma se dico cose sgradevoli semplicemente non vengo ascoltata. Rispondermi, criticarmi, vorrebbe dire considerarmi».

Quali sono le cose che dovrebbero cambiare per voi donne di Chiesa?
«Papa Francesco dice di iniziare i processi: il dialogo e le dinamiche prenderanno poi delle forme altre e diverse che poi verranno codificate. La strada del diritto è lunghissima».

Da quale processo bisogna iniziare, allora?
«Ho letto che, per orientarsi, gli uomini preferiscono guardare dall’alto, le donne procedere a spanne e da terra, per cui le rispondo che, procedendo a spanne e da terra, io credo
che il processo fondamentale sia quello che qui abbiamo già iniziato: vivere insieme, pensare e ripensare le cose insieme».

Per lei, che le suore possano dire messa è una questione importante?
«Io vivo una celebrazione dell’eucarestia in cui mi sento totalmente partecipe, e vicino all’altare ci vado, quindi per me presiedere la messa è una “funzione”, la buccia della questione. Non mi interessa rivendicare il potere – quella del potere è un’ossessione molto maschile –, voglio, però, che tu mi riconosca l’autorevolezza e la dignità che deriva dal fatto stesso che io esisto e opero. Il discorso: gli uomini hanno 3, dobbiamo avere 3 anche noi così siamo pari mi pare un ragionamento superficiale. Non mi interessa la buccia, voglio la polpa, anche se ci vuole più tempo per arrivarci».

La separazione tra uomini e donne di Chiesa non è motivata anche dall’evitare una promiscuità che potrebbe indurre in tentazione?
«Partiamo dal presupposto che fare voto di castità non vuol dire non avere la sessualità: siamo tutti fatti allo stesso modo e vivere una vita consacrata non significa non avere un
corpo. Per i cristiani il corpo è qualcosa di centrale: parliamo di incarnazione, crediamo nella resurrezione dei corpi, ai funerali incensiamo il corpo nella bara. Non è facile vivere nei nostri corpi, ma rimuovere il problema, facendo finta che non esista, mi pare sbagliato. La convivenza tra uomini e donne ti costringe a fare i conti ogni giorno con la questione, ma non cambia molto. Ormai tutti, anche chi vive nelle clausure, abbiamo rapporti con il mondo esterno e le sue possibili perturbazioni. La separazione monosessuata non garantisce nulla da questo punto di vista».

Ma la castità ha ancora un senso?
«Tantissimo, per il lavoro e l’impegno che presuppone. L’eroticità è una grandissima energia vitale che è l’anima non solo della sessualità ma anche della vita spirituale. Tutti gli
uomini e le donne sono chiamati a crescere in questo. Tempo fa ho letto la storia dell’alpinista Nives Meroi. Lei e il marito stavano scalando, uno dopo l’altro, tutti gli ottomila
quando, a un certo punto, lui si è ammalato e si è dovuto fermare. “Vai lo stesso tu”, le aveva detto. Ma lei ha smesso di fare ascensioni per due anni, per aspettarlo. “Fermarmi è
stata la mia vetta”, ha detto lei. Ecco, è questo il senso».

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