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Simone Coppo: «Quando giocavo a carte con Mark Ruffalo»

Simone Coppo
Simone Coppo
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Nonostante negli ultimi anni abbia lavorato soprattutto all’estero, prendendo parte a diversi progetti dal sapore internazionale, Simone Coppo non si sente né un cervello né un artista «in fuga»: «Amo l’Italia più di ogni altro paese al mondo, e più vado fuori più me ne convinco», spiega al telefono in un pomeriggio di relax a Civita di Bagnoregio, in compagnia della fidanzata e di Saetta, la moto elettrica che per lui «è una fedele amica». Dall’ultima volta che ci siamo sentiti Simone, per usare un verbo che gli è particolarmente caro, ha remato parecchio: nel 2017 è entrato a far parte del cast di The Restaurant, una delle serie svedesi più applaudite di sempre; nel 2019 ha preso parte a un film, The Story of My Wife, diretto dalla regista ungherese Ildikó Enyedi e interpretato da Léa Seydoux, e nel 2020 è in onda su Sky Atlantic nella miniserie di Hbo Un volto, due destini, che è valsa l’Emmy al protagonista Mark Ruffalo. 28 anni, sguardo magnetico e parlantina spedita, Simone Coppo, che in Italia abbiamo apprezzato in fiction di successo come Una grande famiglia e in film come Io Rom Romantica, conserva dentro di sé la curiosità delle sfide future e la capacità innata di dare forma alle immagini che si affacciano sentendolo raccontare.

https://www.youtube.com/watch?v=qbI1RoVn8gs

Negli ultimi anni ha navigato parecchio: il suo ultimo approdo è stato in Un volto, due destini. Com’è andata?
«È stata un’avventura nata qui in Italia. Mi avevano chiamato per fare da spalla ai provini e poi mi sono ritrovato a essere provinato io stesso. La prima prova è stata con la casting director, mentre la seconda direttamente con il regista Derek Cianfrance: ricordo la sera del nostro primo incontro, gli avevo portato dei cannoli che, però, ci siamo mangiati prima di iniziare a cenare. Abbiamo parlato a lungo di noi come persone e di quanto fossi affascinato dalla possibilità di lavorare con dei professionisti che amavano raccontare storie con una certa urgenza, cercando di veicolare il più possibile la loro potenza comunicativa per delle cause particolari. Un po’ come Mark Ruffalo, che impiega le energie per il voto, il clima, la pari retribuzione e altre battaglie fondamentali. Mi ritengo molto fortunato e orgoglioso ad aver lavorato con loro».

È vero che con Mark Ruffalo giocavate a carte?
«Da ragazzino facevo l’artista di strada e, da buon principe dei malandrini, ho sempre portato con me tre leggerissime carte: due jolly e un cuore da rintracciare. La prima volta giocai con Derek, che mi disse che, se avesse perso, sarebbe stato costretto a darmi il ruolo. La seconda è stata, appunto, con Mark, che si incaponiva per cercare di vincere. Il nostro primo incontro è stato strano, perché la costumista ci aveva chiesto, prima della prova ufficiale dei costumi, di scegliere dal guardaroba i vestiti che ritenevamo più adatti per i nostri personaggi: io e Mark, senza accordarci, ci eravamo vestiti uguale, e lì è partito il feeling. È stato bello trovarci insieme a raccontare una storia così bella, specie in un momento storico in cui si parla degli stranieri in modo così riduttivo e limitante».

A proposito di contaminazione, lei hai frequentato le scuole in Brasile. Che ricordo ha?
«La mia vita è stata un percorso all’indietro di grandi viaggiatori: stavo per nascere in Brasile ma poi, dopo un rocambolesco spostamento, sono nato in Italia. Qualche anno dopo, però, sono tornato lì, a Belo Horizonte, e ci sono stato tre anni e mezzo. In Italia sono rientrato a quattordici anni con l’accento portoghese e con tante storie che mi portavo dentro. Siamo la fioritura di radici molto antiche: è limitante ritrovarsi a descrivere un fiore partendo dal ramo su cui è appoggiato e non da tutto l’albero. La domanda non è dove sei, ma chi sei».

Diceva prima di aver fatto l’artista di strada: com’è stata quell’esperienza?
«Non ho una grande facilità a parlare di cose così private perché è come se avessi un’enorme fortezza che mi protegge. Posso dire che è stato un periodo in cui credo di aver avuto la fortuna di avere le giuste sfortune. Semmai mi facessi un tatuaggio, mi scriverei una frase bellissima che ho imparato in Brasile e che ho sentito da alcuni ragazzini delle favelas che si raccontavano sventure gigantesche: “Fa parte”. Perché, in fondo, tutto fa parte di noi: anche la tempesta più terribile potrebbe farti sbarcare il giorno dopo su un’isola meravigliosa».

La passione per la recitazione, invece, quando sbarca in lei?
«Ho sempre avuto l’urgenza di esprimermi e di raccontare storie. L’attore è una cosa in divenire che si costruisce giorno per giorno. Così come il rap che, infatti, adoro fare perché mi apre il cuore».

Di cosa parlano i suoi testi?
«Di dettagli che diventano sensoriali, di luci, sapori e gusti. Di verità crude e brucianti che vengono dette così come si presentano. Di fondo, però, c’è sempre la questione dell’essere e dell’apparire. Nel mondo occidentale purtroppo la battaglia la sta perdendo l’essere: una volta c’era il ritratto di Dorian Gray, oggi c’è il dipinto che sogna la persona».

A giudicare dall’uso che fa dei social, non sembra per niente schiavo dell’apparire.
«Riconosco l’utilità dei social dal punto di vista lavorativo, ma per il resto per me sono un po’ come il gioco delle tre carte: ci sono persone che non sanno niente di te e cercano ugualmente di trovare il cuore. Dubito che nei momenti essenziali in cui senti di avere uno scintillio interno la prima necessità sia quella di condividerla. Per quanto mi riguarda, sento molto di più la voglia di scrivere qualcosa di privato, un racconto epico dove non si parla della mia biografia, ma del fatto che tutti noi non siamo altro che una manifestazione gigantesca della vita».

Sul futuro, invece, come si pone?
«Tenendo presente la teoria del meteorite: se cascasse, vorrei sorridere guardando il cielo. Anche a costo di fare scelte rischiose o ritenute poco intelligenti, mi fido molto del mio istinto piratesco, e vivo molto l’avventura. Questa professione, d’altronde, un po’ piratesca lo è: puoi avere a disposizione una nave, un galeone o un’intera flotta, ma il mare, le correnti e i mostri sono sempre gli stessi».

Di certo non si ferma davanti a niente: per The Restaurant ha addirittura imparato lo svedese. 
«Ai provini cercavano un italiano che parlasse italiano ma, quando mi arrivò la scena, si dimenticarono una pagina in svedese che io imparai a recitare grazie all’aiuto della fidanzata del mio migliore amico, che era italo-svedese. La prova definitiva la feci direttamente in Svezia: da lì in poi ebbi otto pagine di svedese con le registrazioni da imparare per il giorno dopo. All’inizio mi dissero che lo imparavo troppo in fretta perché il mio personaggio nella serie non parlava svedese ed era giusto conservare questa estraneità. Poi, però, ci fu un salto temporale di 4 anni durante i quali Angelo, il ragazzo che interpretavo, parlava fluentemente e lì mi sono messo a lavorare sodo. La lingua, dopotutto, è una musica».

Con lei è sempre una navigazione, insomma.
«Per molto tempo ho fatto il pendolare tra Roma e la Svezia prendendo l’aereo la mattina e tornando a casa la sera, in tempo per mangiarmi una cacio e pepe a San Lorenzo. L’aereo per me era come un autobus che mi metteva in contatto con tante persone impostate su fusi orari diversi. L’unica cosa che riuscivo a pensare era, però, una sola: che siamo vita. E lì ritorna l’urgenza e la responsabilità della narrazione. Si sa, d’altronde, che se vuoi avvelenare un paese devi avvelenare le sue storie, e, se vuoi salvarlo, devi raccontarne di belle».

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