L’inchiesta e la morìa di api: «Meglio evitare il processo»
UDINE. L’inchiesta sulla morìa di api nel Friuli centrale è a un passo dall’approdo in tribunale, con la richiesta di rinvio a giudizio che il pm di Udine, Viviana Del Tedesco, si appresta a presentare dopo la conclusione delle indagini preliminari, e tra gli agricoltori coinvolti, circa 250 tra conduttori di fondi, esecutori materiali delle semine e beneficiari di contributo Pac, regna un generale senso di amarezza: certi di non avere colpa, i più arrabbiati serrano le file e si preparano a dare battaglia in aula, mentre una sparuta minoranza non esclude la possibilità di esplorare la strada alternativa della messa alla prova.
Proprio come fatto già da un paio di indagati, pionieri di una soluzione che, in cambio di un percorso di formazione in materie di pratiche agricole, garantisce l’estinzione del reato. E che, non a caso, alimenta un ampio dibattito in seno alle organizzazioni agricole. Tra i suoi fautori c’è Luca Bulfone, direttore della Confederazione italiana agricoltori del Friuli Venezia Giulia.
Direttore, parliamo di un’ipotesi di reato pesante come l’inquinamento ambientale nella sua formulazione dolosa o, in alternativa, colposa. Perché un agricoltore, ritenendosi innocente, dovrebbe rinunciare ad affrontare il processo?
«Innanzitutto per una valutazione di tipo economico: l’istituto della messa alla prova consente di evitare di sostenere i costi del giudizio e, soprattutto, di salvare i titoli Pac».
Si riferisce all’eventuale revoca del contributo europeo?
«Esatto. Quello contestato è un reato ambientale e quindi un eventuale rinvio a giudizio comporta la trasmissione delle carte all’Agea. E visto che le domande per la concessione della Pac sono sottoposte alla cosiddetta «condizionalità», cioè a un parametro legato all’attuazione di buone pratiche agricole, compresa la non contaminazione del territorio con l’uso di determinati fitofarmaci, se questa viene meno, si perde il diritto al contributo».
Se è così, perché la messa alla prova che lei e la stessa Procura sembrate caldeggiare non raccoglie adesioni?
«Perché agli agricoltori è stato fatto credere che si tratta di un’ammissione di colpa alla stregua di un patteggiamento della pena. Lo so, perché dopo avere prospettato l’organizzazione di un corso, tra aula e campi, da proporre al giudice sulle nuove tecniche di coltivazione basate sulla rotazione, diversi agricoltori mi hanno confessato di essere molto confusi. Giustamente, non si sentono in colpa: il prodotto era in vendita e chi avrebbe mai pensato che gli effetti, nell’utilizzarlo, sarebbero stati questi?».
E doveva essere un’inchiesta giudiziaria, secondo lei, a fare chiarezza nella materia?
«Diciamo che se il Mesurol è stato ritirato sal mercato, significa che qualcosa di insalubre c’era. Una multinazionale come la Bayer, altrimenti, non avrebbe rinunciato ai suoi profitti. E questa è un’indagine che spinge verso l’agricoltore del futuro, che dovrà essere il vero difensore dell’ambiente che gli è affidato. L’agricoltura non va verso la difesa dei fitofarmaci, ma verso il verde e valorizza chi è biologico. Ed è questo che noi offriamo con i nostri corsi: un percorso eticamente corretto».
Non sarebbe stato meglio per tutti evitare di arrivare a questo punto?
«Se ci siamo arrivati è perché la situazione avrebbe dovuto essere affrontata un anno e mezzo fa con serenita ed efficacia. Il compito delle organizzazioni sindacali è di preservare gli interessi della categoria e lo si può fare soltanto mettendoci la faccia. Non certo facendo la politica di breve periodo e sfruttando il consenso immediato. Per esempio, portando i trattori in piazza».