Treviso, l'artista Pino Filippone muore dieci giorni dopo la moglie
TREVISO. È spirato dieci giorni dopo la moglie Anna Maria De Santi, compagna di una vita, mezzo secolo esatto, e musa della sua arte, minato dal male e dal dolore. Pino Filippone, artista poliedrico, scrittore, personaggio impegnato e attivissimo, aveva 82 anni. È morto nella casa-atelier di via Marcello, simbolo di un connubio felice tra esistenza e arte.
Era nato in Val D’Aosta, figli di emigranti calabresi a sua volta transfughi oltre confine, poi aveva scelto Treviso, suo luogo dell’anima, che definiva «città dell’eterno ritorno».
Di grandissima sensibilità e curiosità, nulla lo lasciava indifferente. Era un instancabile ricercatore, animato da una passione verace: pittura, scultura e natura, ma anche la storia e la cronaca lo stimolavano continuamente.
È stato un artista a tutto tondo, fosse intento a curare con il pennello i minimi dettagli di una tela, o a trasformare in creazioni la struttura coriacea degli alberi, non certo blasonati. Con il suo bulino scavava il legno per esprimere i sentimenti più autentici dell’uomo.
«La sua genialità si accompagnava sempre a un altissimo senso del valore estetico», dicono amici e sodali, «È stata una figura che ha lasciato un’impronta forte nell’arte».
Con il tempo ha declinato sapienza e abilità dando alle tele colori e sfumature a volte leggere e quasi trasparenti, a volte impregnate di tinte forti ed aggressive, tipiche dell’aspra terra natia, la Calabria.
Due sue opere si trovano al museo Bailo; una scultura, una Crocifissione lignea alta 4 metri, è stata donata alla chiesa parrocchiale di Monigo pochi mesi or sono. È presente nei cataloghi Bolaffi e Comanducci, nel catalogo dell’arte moderna italiana, e altri.
Creava donne di forme ampie e proporzionate, uomini imperfetti ma veri, fossero artigiani, umili lavoratori, sportivi, religiosi. E l’impronta mistica marchia le sue Maternità, le Crocifissioni, i suoi Santi.
Quindi l’attività letteraria: nel 2018 aveva dato alle stampe per i tipi di Piazza, “Te la racconto io l’Italia”, retrospettiva quasi autobiografica delle sue radici meridionali. In precedenza, aveva scritto “La misteriosa donna del treno”, incentrato sulle vicende del post 8 settembre 1943, e “L’uomo che cercava la vita eterna”, sempre per Piazza, e «Peperoncini a colazione, avventure in Aspromonte”.
Lascia i figli Lucia, Kathiuscia e Ivor. Con Lucia, regista e sceneggiatrice, Filippone era stato attore, autore e narratore, in un docufilm del 2017 sulla storia inedita della Resistenza nel Veneziano: “Li chiamavano Ribelli”, premiato anche alla Biennale Cinema di Venezia. E ancora, è stata la voce narrante di 4 documentari della figlia sulla figura di Caravaggio, autentico faro di Pino, che ha fatto dell’Apparizione di Gesù agli Apostoli uno dei suoi riferimenti artistici assoluti.
I funerali si terranno mercoledì alla chiesa di Monigo (orario da definire). I familiari ringraziano sentitamente l’Advar per la grande professionalità e umanità di medici e infermieri nell’assistenza al padre, e invitano a devolvere offerte all’associazione.