E l’Appennino dov’è rimasto? Forse al pic nic
REGGIO EMILIA. E l’Appennino dov’è rimasto? Sempre là, oltre la città. A far da testiera alla città di Reggio Emilia. Lo avevamo lasciato sfebbrato da tutte le promesse delle elezioni regionali, dal flusso e riflusso di tutti i candidati che allora promisero più mari che monti.
E per non interferire nella campagna elettorale la Gazzetta appena dopo il 26 gennaio avviò la sua inchiesta sulla morte della montagna reggiana, che è poi la morte socio-economica di tutta la catena montuosa dorsale d’Italia. Decidemmo di aggiungere un punto interrogativo al titolo della serie di articoli (La montagna è morta?) per alimentare o sostenere la speranza.
Tutti o quasi dissero la loro con quell’enunciazione tradizionale che bada più all’estensione che alla sostanza.
La Gazzetta raccontò dello spopolamento, dal vivere diseconomico nei Comuni d’altura, lavoro zero, prospettive niente, della pochezza delle infrastrutture. Poi sono arrivati la pandemia e i tre mesi di isolamento, che per la montagna è stato l’isolamento nuovo dell’isolamento vecchio.
Ora – con il “libera tutti” – la montagna riscopre una forte domanda, un’insperata presenza, una inedita frequentazione. Turismo a medio-corto raggio se non indigeno, ma poco importa. C’è movimento.
Le limitazioni nazionali e le cautele personali hanno deviato il tempo libero vicino a casa, casa nostra. Questa opportunità nascente è stata colta e bene analizzata ieri sul nostro giornale da Fausto Giovanelli, presidente del Parco dell’Appennino tosco-emiliano.
Tre i suoi concetti portanti:
Il primo: “Serve poi ancora un ulteriore passaggio: il turismo di ritorno si rafforza, mentre si indebolisce quello di provenienza internazionale, che stava muovendo i primi passi”.
Il secondo: “Difficile che un fenomeno del genere - se sarà confermato quest’estate – possa essere considerato di poco valore, anche se non incrocia l’offerta di alberghi, ostelli, ristoranti e forse non sarà registrata nei numeri ufficiali del turismo”.
Il terzo: “Conquistare al territorio anche nuovi modi di lavorare, nuove persone in grado e con voglia di svolgere, qui o da qui, lavori, professioni e progetti di vita”.
Le elezioni regionali, la nostra inchiesta, la pandemia hanno nuovamente svelato tutte le potenzialità della montagna. Ma questi sono inneschi incidentali, come la nevicata sovrabbondante del 2019. Un caso.
Affinché s’avveri l’aspirazione dell’Appennino servono programmi (ce ne sono troppi e vaghi), denari (ne sono stati promessi tanti) e la volontà politica. Quest’ultima rischia d’arrivaresempre e comunque tardi.
Attenti: perché desolazione può far rima con impreparazione. La storia recentissima insegna che i fenomeni e le dinamiche estemporanei, se non variabili, del turismo sono le novità assolute del panorama economico delle vacanze, e che l’Appenino che vorremmo non deve essere un ripiego e neanche un posto per rimediare un pic nic o un pranzo al sacco. Tra l’altro queste denominazioni sono vecchie e superate…
Le attività, la gente, le organizzazioni, il sistema dei Comuni della montagna sono pronti? Anzi, credono alla montagna? —
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