L’altra Antologia di Spoon River nella rubrica del nostro telefono
MANTOVA. Vogliamo definirla l’Antologia di Spoon River digitale? Perché no. Sarà lo stress dovuto all’emergenza coronavirus, o forse l’incalzare dell’età, ma non riesco a separarmi dai vecchi numeri di telefono di amici e conoscenti che non ci sono più. Un viaggio nella memoria in rigoroso ordine alfabetico.
Carlo Bassi. Architetto ferrarese trapiantato a Milano, storico, innamorato della sua città, mi ha guidato tra i segreti di Palazzo Schifanoia con gli studi sul Salone dei Mesi e i Decani già indagati da Aby Warburg e Oliver Goetze. Con l’immancabile sciarpa e cappello, il papillon, lo ritrovai a 80 anni su un’impalcatura. Tra i tanti progetti, ha firmato quello della chiesa-castello di Malcantone di Sermide. Conservo la mail con l’articolo che scrisse insieme all’ingegner Gianluigi Magoni per i 90 anni di Giorgio Franceschini, padre del ministro Dario, ricordandone la militanza antifascista. Una sorpresa per il suo compleanno di cui fui complice divertito. Mi è rimasta una domanda nel cassetto: cosa ne pensa della Domus in piazza Sordello? Le manderò a stretto giro di posta alcune fotografie.
Renzo Dall’Ara. Un maestro di giornalismo, memoria limpida e penna brillante. Ogni tanto mi viene spontaneo cercarlo ancora per un articolo storico, un approfondimento su un personaggio. “Pian, era il cugino del fratello della vecchia zia...”. Un albero genealogico vivente. “Il cronista vostro” si definiva nella rubrica settimanale Amarcord che avevo ideato per lui, leggendola in anteprima. Mi mancano i tuoi pezzi, Renzo, posso mandarti uno spunto? Aspetto 20 moduli.
Piero Gualtierotti. Avvocato colto e raffinato, elegantissimo, mi ricordava sempre il suo passato di collaboratore della Gazzetta da Castel Goffredo. Aprì l’Accademia Virgiliana, di cui era presidente, all’alta moda invitando grandi stilisti italiani oltre agli scienziati. Un giovane d’altri tempi. Avevamo alcuni progetti in sospeso, anche sul Premio Acerbi. Chissà.
Luca Nicolini. Presidente del Comitato organizzatore di Festivaletteratura. Avrei voluto parlargli un’ultima volta con franchezza, con lo stesso spirito che usai per consigliargli di stare lontano dalla politica. È rimasta un’ombra tra di noi, un equivoco mai chiarito che ora mi pesa. Non so se saresti diventato un buon sindaco, di certo sei stato un libraio illuminato e visionario. Ho letto una tua frase che mi piace molto: “Sognate l’impossibile e realizzatelo”. Insisto con il sindaco per il monumento.
Folco Quilici. Esploratore, scrittore, giramondo che mi ha onorato della sua amicizia. Sarei rimasto ore ad ascoltare i racconti delle avventure negli abissi, i viaggi in luoghi mai sentiti prima. Lo convinsi a scrivere per la Nuova Ferrara e ne fui onorato. Tra le tante storie, conservo nel cuore il viaggio indimenticabile nella sua città avvolta dalla nebbia, quand’era bambino, accompagnato dal cane. In quell’articolo ricordava l’albero della casa in viale Cavour, che ritrovò tanti anni dopo suonando il campanello dei nuovi proprietari. Quel giorno trovò in giardino anche la pietra che indicava il luogo dov’era sepolto il fedele amico a quattro zampe, con incisi il nome e la data: Ras, 1938. Di questo e altro avrei voluto parlare con te, caro Folco, nell’incontro più volte rinviato a Medole, il paese natale di tua madre, Mimì Buzzacchi, famosa pittrice, ma è mancato il tempo.
Massimo Vincenzi. Giornalista, si è fatto apprezzare a Repubblica fino a diventare caporedattore. Le riunioni cominciavano sempre con la stretta di mano tra lui e il direttore Ezio Mauro. Nottambulo, divoratore di libri, simpatico sbruffone. “Ho un tenore di vita da miliardario” ripeteva spesso. “Ha un brutto carattere, ma la macchina del giornale è nelle sue mani” ricordava un inviato del quotidiano romano. Da qualche anno l’avevo perso di vista. Non so nemmeno dove sei finito, Max, ma la Gazzetta ti ricorda sempre tra i suoi figli migliori. Se tornerai una volta a Mantova ci ritroveremo con i reduci ad ascoltare, per l’ennesima volta, il tuo racconto sulla notte con Sepúlveda sotto i portici, dopo l’evento al Festival. Tanto so che non verrai accampando le solite scuse.
Vanna Zanichelli. La bontà fatta persona. La compagna di scuola, in questo caso al liceo, che tutti vorrebbero avere. Ci siamo rivisti a qualche cena di classe, non sapevo dei suoi problemi di salute, del figlio morto. Regalava sempre un sorriso e mai si è sentito un lamento. Una vita in attesa di un trapianto, dentro e fuori da cliniche e ospedali. Siamo arrivati in fondo all’alfabeto. Non ho un altro libro da presentarti in anteprima, amica mia, accontentati di queste righe.