Era accusato di furti in Belgio, finalmente l’incubo è finito
GROSSETO. È passato quasi un anno ma ora, sulla vicenda di Bledi Kaja, 36 anni, nativo di Durazzo e da anni in Italia, è stata messa la parola fine che è stata scritta in fiammingo, lingua nella quale si è espresso il Procuratore del re nella sentenza di proscioglimento. La sentenza dice chiaramente che l’uomo che era stato arrestato con l’accusa di aver messo a segno diversi furti in quel Paese, in realtà, era estraneo ai fatti, come è riuscito a dimostrare l’avvocato Roberto Cerboni che ha seguito tutta questa vicenda, da quando la squadra mobile della questura era andato a prenderlo all’isola del Giglio.
«Non mi dimenticherò mai quel giorno. Era il 22 giugno, un sabato, e a Giglio Castello era in programma la “Notte d’Amore”: quel pomeriggio mi arrestarono. E mi portarono via in manette, mani dietro alla schiena, davanti alle mie figlie, davanti a tutti. Venni fatto passare per un latitante? Io? Io che ho preso un ristorante al Giglio e il mio nome risulta dappertutto? In un’isola da cui si può scappare a nuoto?»: Bledi aveva raccontato così al Tirreno, quel giorno di quasi un anno fa. Ora, anche se la sentenza dovrà essere tradotta, finalmente le autorità del Belgio, hanno prosciolto l’uomo da tutte le accuse.
L’avvocato Cerboni aveva chiesto che il suo assistito fosse sottoposto alla prova del Dna, convinto che Kaja non fosse mai stato in quel Paese che aveva spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale che gli era costato l’anno scorso l’ingresso nel carcere di via Saffi.
Forse si era trattato di uno scambio di persona: quello che è certo è che tutte le prove portate a conferma della tesi del trentacinquenne, di non essersi mosso dalla città nei giorni in cui erano avvenuti quei furti, non sono state confutate. Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti, fatti del 2018, un procedimento che lo vedeva imputato in base a un documento d’identità spuntato fuori nel corso delle indagini. Documento che l’avvocato di Bledi Kaja aveva chiesto di vedere ma che le autorità del Belgio non hanno mai fatto arrivare in Italia dove invece era arrivata, questa sì, un richiesta di estradizione che però la Corte d’appello di Firenze aveva rigettato. Kaja comunque, dopo la scarcerazione, era stato messo all’obbligo di dimora, nonostante, come ora conferma la sentenza di proscioglimento, non avesse fatto nulla. Il trentacinquenne era stato arrestato da innocente e lo aveva detto in tutti i modi.
Venticinque furti in poco più di un mese: secondo il Procuratore del Re, il trentacinquenne faceva parte di una banda di criminali che svaligiavano appartamenti in varie zone del Paese. I reati contestati erano quelli di furto e di associazione per delinquere. Ma se il trentacinquenne non era mai stato in Belgio, perché è finito in mezzo a questa vicenda? La risposta si doveva cercare in una scheda telefonica intestata all’uomo che sarebbe stata utilizzata durante i colpi messi a segno dalla banda. Una scheda che sarebbe stata acquistata proprio utilizzando un documento d’identità dell’uomo. Quello stesso documento che all’avvocato Cerboni non è mai stato inviato e che Kaja aveva perso prima che cominciasse questa scia di furti in Belgio: il trentaseienne aveva infatti presentato regolare denuncia.
È possibile che quel documento sia stato trovato da qualcuno e poi utilizzato per attivare una scheda telefonica. Dalle intercettazioni delle autorità del Belgio, però, risultava che quel cellulare fosse passato vicino ad alcuni luoghi dove erano stati commessi i furti ma non era mai stato intercettato agli indirizzi delle abitazioni svaligiate, probabilmente perché - era l’ipotesi formulata dal Procuratore del Re - quell’apparecchio veniva spento quando la banda entrava in azione.
Che ci sia stato uno scambio di persona tra l’albanese che vive in Maremma e chi ha utilizzato quella scheda per telefonare al capo della banda di ladri, tutti di origini albanesi, lo avrebbero dimostrato le tante prove e le tante testimonianze raccolte dall’uomo e dal suo avvocato che aveva presentato i risultati delle indagini difensive alla Corte d’Appello di Firenze l’anno scorso. «Prove che non sono state confutate - dice oggi l’avvocato Roberto Cerboni - Avevamo anche proposto alle autorità del Belgio di fare il test del Dna, ma non lo hanno fatto». L’incubo è finito: Bledi Kaja finalmente potrà tornare al Giglio da uomo libero e riprendere la sua vita, serenamente, dal punto in cui l’aveva lasciata quasi un anno fa.